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sabato 19 settembre 2026

Splendida Odissea

#KFilm Settembre 2026
qui il catalogo
Certamente non il mio tipo di film ma un film DAVVERO grande. Per le dimensioni e non tanto per la durata. Per la storia e non per le origini. Per il modo di rappresentare la vicenda e non per le basi di epopea letteraria. 
Il film di Nolan è stato così pubblicizzato e lanciato che ha incuriosito anche me che appunto non amo particolarmente il genere. Mi sono fatto convincere dall'epica del racconto, sia del film che della storia di esso ed ho deciso di andare a vedere l'evento cinematografico dell'anno. E ne sono rimasto davvero soddisfatto. Quasi tre ore di film mi mettevano un po' qualche dubbio sulla mia capacità di tenuta, ma onestamente una volta terminato ho capito che il tempo è passato con il passo giusto e non è stato per niente eccessivo o lento. 
La storia è nota ma il modo in cui viene rappresentata si lascia guardare con passione ed interesse. La maestosità degli effetti colpisce ed anche se in alcuni punti gli effetti sonori vanno un po' oltre il livello di decibel sostenibile è uno degli elementi di riconoscimento del film, tra quelli con più successo. 
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 709
La cosa che onestamente però a me ha colpito di più è stata la capacità interpretativa di Matt Damon di cui non avevo un'opinione così clamorosamente lusinghiera e che invece è davvero grandioso in ogni istante del film. Nel suo percorso di esilio, nelle sue battaglie, nella resistenza alle sirene, nella forza di gestire consensi e dissensi dei compagni ma soprattutto, "ALLA FINE DI QUESTO DOLORE" , nel modo di affrontare il ritorno. La figura di Penelope è altrettanto gigantesca (forse anche di più) e descritta come merita: una donna con una forza ed una personalità fuori portata. Proprio per questo il compito interpretativo non era affatto facile e forse per queste aspettative non ho trovato in Anne Hathaway la stessa potenza e bravura di Damon. Fa eccezione il dialogo nella parte finale del film al momento del rientro sotto mentite spoglie che è di una perfezione assoluta per profondità di testi, interpretazione di entrambi e clima che il dialogo e l'atmosfera riesce a generare. 
Molti sono i momenti che meritano la sottolineatura "con lode" come il dialogo tra Circe ed Ulisse o il percorso di avvicinamento ed attraversamento della zona delle Sirene, un po' meno a mio gusto quello con l'incontro con Polifemo. In generale però c'è una regia davvero senza sbavature e con una capacità assoluta di immergere lo spettatore in un mondo fantastico ma tangibile, il tutto per l'intera durata del film. Ci sono, è vero, dei piccoli momenti di strada percorsi lentamente ma sono del tutto "naturali" per un film che per praticamente tutta la durata del viaggio riesce a catturare attenzione ed emozione. Cosa che non molla la sua potenza fino ai titoli di coda che uno può immaginare come una liberazione viste le tre ore di visione e che invece fanno restare seduti immergendosi nella magia creata da un bellissimo pezzo che "grida" la sensazione di assoluta realizzazione "when i'm home". Ciliegina che chiude perfettamente la visione.
Non serve il mio consiglio visto il successo mondiale avuto, ma nel mio piccolo mi permetto di darlo: andate a vederlo, immergetevi in questo racconto tra storia, epica, effetti e montaggi e non rimarrete delusi.

domenica 23 agosto 2026

Cinque secondi comunque preziosi

#KFilm Agosto 2026
qui il catalogo

L'opportunità importante che offrono i cinema estivi è quella di recuperare qualche film che nell'inverno precedente non eri riuscito a vedere, in una condizione tra l'altro particolarmente interessante e gradevole per ambiente e diversa modalità. "UN FASCIO DI LUCE VA DAL PROIETTORE" in spazi ampi, aperti ed in genere più tranquilli rispetto alle sale o piene e/o omologate di (troppi) cinema troppo uguali. Quest'inverno non ero riuscito a trovare l'attimo giusto per andare a vedere l'ultima opera di Paolo Virzì e così ho avuto modo di porre rimedio a questa mancanza.
Parto con la premessa che di Virzì a me è piaciuto e piace praticamente tutto da sempre. La prima cosa bella (qui) è uno dei miei film preferiti in assoluto ed anche in tutte le altre sue pellicole ho sempre apprezzato taglio e qualità del racconto. E dopo questi "Cinque Secondi" , pur avendo alcuni punti interrogativi dopo la visione, posso confermare il giudizio, pur ovviamente non essendoci esami da superare per il regista livornese. 
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 705
E' un film per nulla facile, sia per la storia che per il modo di raccontarla. L'inizio addirittura sorprende per uno stile completamente diverso da quelli conosciuti: lento e scuro nei colori che fanno da sfondo ai minuti di apertura. Poi la pellicola piano piano si scioglie pur nel passo lento della storia e lì arrivano o meglio tornano gran parte delle caratteristiche note di Virzì.
Stile che aumenta la sua luce con un'interpretazione come sempre impeccabile di Valerio Mastandrea che oltre ad essere il protagonista del film, ne è quasi la totalità della trama, con la sua storia di padre ferito, isolato eppure completamente immerso nell'amore per i figli. La storia ha un trauma come evento centrale che resta sospeso eppure presente, motivo di un inizio di quel tipo e di un uso frequente dei silenzi e dei tempi lenti. Gli argomenti del dolore, della colpa, degli scontri e della voglia di oblio sono curati e rappresentati con delicatezza, grazia e giusto stile.
E' un film che sicuramente smuove, come sempre con Virzì, attraverso il percorso delle emozioni dei protagonisti e delle loro vicende o per meglio dire del soggetto che quei cinque secondi lì ha su di sè e non può riuscire a scrollarseli di dosso. Ci sono anche gli sviluppi di storie collaterali che sono interessanti ma che lasciano e cedono il passo a quella principale. La vicenda infatti del gruppo di giovani che lo stesso Mastandrea troverà "nelle vicinanze" del suo isolato rifugio in alcuni momenti è trattata in modo un po' ridotto rispetto alle aspettative e/o alla forza di quelle storie. Lo sviluppo del film non ne risente, ma in alcuni momenti questa scelta sembra un po' un peccato perché nel complesso del film sembra infatti mancare (al mio occhio inesperto ovviamente) qualcosa nella descrizione di una parte della trama.
Interpretazione, dialoghi e tracce di ironia e sarcasmo sono come sempre promossi a pieni voti. Scelta di Valerio come protagonista assoluto OVVIAMENTE perfetta e perfettamente riuscita la sua prova attoriale. Nel complesso il film a me ha lasciato qualche punto interrogativo mischiato però ad una serie (consueta e decisamente più numerosa) di punti esclamativi. Vista l'asticella molto alta che di consueto metto nelle aspettative dei film di Virzì probabilmente un piccolo rammarico per qualcosa che mi aspettavo ancora un po' più coinvolgente resta, ma lo considero davvero un buon film e sicuramente lo consiglio.

sabato 18 luglio 2026

Città positive

#KFilm Luglio 2026
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Incuriosito dal clamoroso ritorno di interesse dovuto dalla vittoria di molti David di Donatello e che ha spinto le sale cinematografiche a riproporlo, qualche tempo fa ho cercato e trovato la proiezione di "Le città di pianura".
Il film ha sorpreso un po' tutti per il suo essere un po' fuori dai canoni ordinari della commedia dolceamara italiana. Una trama basata in realtà su una notte "in giro" di due amici con un unico leitmotiv: "un'ultima" che altro non è che la bevuta che dovrebbe chiudere la serata ma che apre in realtà a nuove scoperte e nuove conoscenze. In questo giro veneto alla ricerca di bar e locali i due non più giovanissimi Doriano e Carlobianchi conoscono un giovane studente molto riservato e timido che coinvolgono in un pellegrinaggio con meta finale quella dell'aeroporto dove tornerà dall'Argentina un altro loro storico amico e compagno di disavventure. In questa rincorsa di amicizia ed alcool si sviluppa tutto il film con ovviamente gli intoppi e le risate di quelli che possono essere i momenti "un po' storti" di una serata fatta solo di birre e liquori. I due senior racconteranno storie e metteranno alla prova il nuovo amico junior che incredibilmente troverà in quei due sconosciuti la sua personale chiave di sblocco.
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 702
Il film è scuro ma piacevole
. Non ha infatti una clamorosa luce esterna vista l'ambientazione quasi esclusivamente notturna con anche l'aggiunta di quel senso di malinconia e non troppa armonia con la vita che emergono dalla storia. Accanto però alla "PAURA DI STARE SOLI DENTRO TROPPA COMPAGNIA" emerge anche un senso di respiro diverso ed anomalo che incuriosisce ed in alcuni aspetti intenerisce.
Il cast era per me quasi totalmente non noto (tranne i ruoli minori interpretati molto bene da Citran e Pennacchi) ma ha dato l'impressione di essere azzeccato per i ruoli e le atmosfere. Nella regia ci sono i tratti di una carezza romantica verso il senso della vita nonostante tutto nel film possa far pensare il contrario ad una prima impressione non approfondita.
E' un film che mi è piaciuto anche se il "clamore di ritorno" accompagnato dalle premiazioni ed il ritorno nelle sale in qualche modo aveva alzato molto la mia aspettativa che totalmente non è stata ripagata. La trama sta nelle sensazioni e nelle emozioni dei protagonisti ed anche se in alcuni momenti si rischia il rallentamento del film, la storia tiene. Per il mio personale gusto da totale inesperto in materia, l'intoppo è altrove. E' come se ad un certo punto il film si perdesse una possibile traccia narrativa o che la sviluppasse meno di quanto sperato.
Detto questo è però un film "diverso" che si vede bene e che lascia qualcosa. E questo non è affatto né scontato né banale.

venerdì 19 giugno 2026

Antartica da recuperare

#KFilm Giugno 2026
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Ci sono film che passano quasi inosservati agli occhi della promozione e della critica e spesso anche a quelli delle sale cinematografiche principali. Per questo quando ho letto - da parte di un paio di commenti che mi sembravano "centrati" - che Antartica era una pellicola colpevolmente sottovalutata dal tam tam comunicativo mi sono incuriosito. Essendo tra quelli a cui "la notizia non era arrivata" ho provato a vedere se la composizione del cast e lo sviluppo della trama mi potessero interessare e mi sono incuriosito cercando quindi di capire se/come riuscire a "recuperarlo". La ricerca ha avuto esito positivo portando due ulteriori positivi: il vantaggio di farmi incontrare di nuovo lo Spazio Alfieri (spazio multifunzionale in una delle zone del mio cuore di Firenze) e quello di scoprire una pellicola che, anche io nel mio piccolo, confermo essere stata sottovalutata ingiustamente dalla cosiddetta critica.
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 698
La trama e l'ambientazione del film sono abbastanza diverse dalle consuete tracce cinematografiche, essendo basate sulla ricerca scientifica che si sviluppa in una base isolata nell'Antartico. Il team "SI CHIUDE DENTRO, CHIUDE IL MONDO FUORI" ed ha al centro del proprio percorso di ricerca un progetto specifico che ha alla base la progettazione e lo sviluppo di una città interamente di ghiaccio. Alla guida del gruppo c'è un direttore (Silvio Orlando) che fa dell'entusiasmo per la ricerca e l'odio per la burocrazia che porta alla richiesta dei fondi i propri marchi di fabbrica. Intorno a lui un team variegato che avrà degli scossoni di forma e sostanza dopo l'arrivo della nuova ricercatrice (Barbara Ronchi) la cui tenacia e dedizione alla causa porterà ad un allargamento di orizzonti imprevisto ma davvero speciale. Su questi nuovi sviluppi, i rapporti e le decisioni "umane" diventeranno importanti quasi come le scoperte scientifiche.
L'argomento è trattato in modo importante facendo emergere le difficoltà note di un "settore" al quale il mondo delle istituzioni è legato soltanto a parole e soltanto a corrente alternata. Questo comporta, oltre al senso di precarietà dello stesso settore, anche un obbligo di scrupoli di coscienza quando determinate possibilità si aprono in maniera non istituzionale. All'interno di questo percorso è inserita anche una seconda linea di racconto che va sull'aspetto relazionale e di incastro di storie tra i membri del gruppo che sono descritti con i giusti toni e gli adeguati "colori". Le interpretazioni di Ronchi e soprattutto di Orlando hanno al loro interno ed evidenziano all'esterno tracce evidenti e nette di poesia pura, che in alcuni momenti sono necessarie a riequilibrare alcune scelte di sceneggiatura che - almeno personalmente - mi hanno lasciato un po' "rallentato". Ma d'altronde come si dice nel film "il tempo non è né poco, né tanto; il tempo va compreso" e quello che il tempo di questo film fa comprendere è proprio il senso di fiaba come dice il sottotitolo del film e/o di vera e propria poesia. A volte lineare e diretta, altre meno chiara, ma in ogni sua traccia decisamente piacevole e.....da recuperare.

sabato 16 maggio 2026

Capanne diverse, cuori simili

#KFilm Maggio 2026
qui il catalogo
Quando ho visto il trailer del film "2 cuori e 2 capanne" ho subito detto "questo lo vado a vedere di sicuro". Per gli attori che da sempre seguo e trovo "porti sicuri" (la Pandolfi un po' di più), per il fascino che da sempre gli ambiti scolastici in materia cinematografica esercitano su di me e per la mia passione (che sfiora la fissazione) per la commedia italiana. Sono andato e nonostante le alte aspettative che potevano farmi pretendere tanto, il film mi è piaciuto, riuscendo ad andare oltre anche una trama che probabilmente ha nel suo percorso diverse cose non nuovissime. 
Senza fare spoiler, che non amo, si parte da un incontro casuale su un autobus di Roma (molto bello e divertente il dialogo che dà proprio inizio al film), una casualità lavorativa, una scuola di sfondo per arrivare ad un rapporto personale che oscilla tra vari aspetti divergenti come l'attrazione e le differenze. 
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 693
Sembrano appunto tracce già note dove il focus sta nel diverso modo di approcciare le cose. Leo "UN PO' PIU' SANTO PIU'" preciso più tradizionalista, Pandolfi più confusionaria più ribelle più aperta più indipendente. Gli scontri non mancano, accentuati dal fatto che sono generati e gestiti in una scuola dove il movimento studentesco porta i due su  posizioni opposte, creando momenti di approfondimento a livello generale e personale. In tutto questo non manca il classico colpo a sorpresa che, arrivando all'inizio, oltre ad essere tale è uno dei binari su cui corre il film. 
Come spesso accade nelle opere di Massimiliano Bruno, oltre alla commedia "in sé e per sé" ed alle vicende personali dei protagonisti, emergono anche casistiche sociali specifiche che danno rilevanza ed argomenti diversi al racconto, ed anche in queste il film è piacevole e divertente. Le interpretazioni dei due protagonisti percorrono anche queste oltre ad essere particolarmente centrate nei profili e nei caratteri di Alessandra e Valerio. Le caratteristiche infatti emergono in modo evidente e chiaro nelle azioni e nei pensieri che i due personaggi hanno nelle vicende personali, in quelle che condividono ed in quelle "sociali". 
Come spesso accade, la contaminazione porta buoni frutti.  "Ho fatto solo una cosa buona: ho guardato negli occhi" dice Leo nel finale ed in quegli occhi oltre che gli altri ha un po' intravisto se stesso trovando spunti di vario tipo e natura che lo hanno portato a riflettere e mettersi in gioco. Confermandosi o cambiando. Stessa cosa accade ad Alessandra e, in una sorta di occupazione che va oltre quella di istituto, anche ai percorsi sociali attraversati.
Secondo me Massimiliano Bruno ha fatto centro anche questa volta, con il suo stile che non pretende di sconvolgere ma che arriva a lasciare un bel segno. Aiutato (molto) anche dalle due capanne diverse ma con i cuori simili dei due attori protagonisti.

domenica 12 aprile 2026

Maestro e Mostro

#KFilm Aprile 2026
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Qualche mese fa ho avuto la fortuna di vedere un gran bel film con una prestazione attoriale davvero di grandissimo livello di Pierfrancesco Favino. Parlo di "Il maestro" di Andrea De Stefano, storia di un giovanissimo aspirante tennista che viene affidato dal padre ad un ex giocatore che in passato ha avuto qualche successo e un po' di fama. Le doti del ragazzino sono probabilmente molto legate alla caparbietà con cui viene allenato dallo stesso padre che si illude, dopo una vittoria di un torneo, che possa essere pronto per il passaggio di livello da regionale a nazionale.  La scelta dell'istruttore ed accompagnatore per il tour dei tornei ricade su Raul Gatti (Favino) che dopo qualche risultato di prestigio in carriera, attraversa un periodo lavorativo e personale tutt'altro che facile. Su questo incontro e su questo viaggio - ambientato nelle diverse province italiane di fine anni ottanta - si concentra il film ed una storia che mischia speranze, percorsi e sentimenti di vario tipo. 
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 688
I protagonisti sono quindi il giovane aspirante tennista ed il maestro, traccia facilmente leggibile ed intuibile ma che viene raccontata in modo molto particolare. Ad emergere soprattutto è un tema non sempre presente, anzi raro, nei racconti cinematografici di questo tipo: la fragilità ed il fallimento, o meglio la classica definizione denigratoria di "perdente". Il punto di vista e le emozioni degli ultimi diventano centrali e sono raccontati senza sconti ma anche senza quella troppo presente compassione insopportabile. 
Questo è un focus di gran parte del film e viene raccontato con forza e dolcezza dal regista e da un Favino davvero straordinario, un mostro di bravura. Vale per lui quello che scrivevo (qui) per la maestosa prova di Servillo in "La Grazia" : non lo scopro certo io ed in generale non si scopre certo la sua bravura solo in questo film. Ma il livello è davvero stellare. Ho ascoltato però in una sua intervista promozionale del film una cosa che ho notato davvero evidente: "Ho sempre fatto personaggi o vincenti o comunque importanti e potenti, interpretare uno degli ultimi ha avuto un fascino particolare". Ecco questa cura e questa specialità interpretativa io ce l'ho vista tutta e l'ho davvero apprezzata. Allo stesso modo mi è piaciuta molto la scelta delle canzoni, che vanno da Battiato a Drupi passando da Zero e Cochi e Renato e che si "sposano" perfettamente con ambiente e racconto.
La storia del film è sviluppata quindi in modo tutt'altro che banale, anche se la trama generale potrebbe farlo credere. Sono le emozioni, le sconfitte, le paure, i sorrisi non attesi a determinare un percorso del film davvero piacevole e che lascia forte un senso di riflessione addosso accentuato con la chiusura e l'ultima schermata nera prima dei titoli di coda.
Film davvero molto consigliato, da ricercare e vedere per chi non è riuscito al cinema. 

venerdì 13 marzo 2026

Interrogazione positiva anche al cinema

#KFilm Marzo 2026
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Come mi è già capitato di scrivere in passato, non amo troppo vedere i film tratti da libri letti così come il contrario. A maggior ragione quando libro e/o film mi sono piaciuti particolarmente, ho sempre paura di "sciuparne" in qualche modo il ricordo.
Visto quanto mi era piaciuto il libro (clicca qui per la mia recensione) andare a vedere "DOMANI INTERROGO" era particolarmente sconsigliato secondo i miei canoni di valutazione/scelta. Invece qualcosa mi ha spinto nella direzione opposta.....e ne sono davvero contento.
La storia della professoressa d'inglese di una scuola della periferia romana è resa davvero in modo perfetto dalla regia di Umberto Carteni e da un altrettanto perfettamente calata nel ruolo Anna Ferzetti che, dopo poco tempo da "La grazia" (clicca qui), dà un'ulteriore prova della sua bravura. In questo film interpreta la "professorè" che cerca di instaurare con la sua classe un rapporto di fiducia e di stima che non sempre è così agevole. 
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 685
Vuoi per il fatto che sia l'ultimo anno di scuola per la classe ed il primo per il loro rapporto, vuoi per l'ambiente in cui la scuola è collocata, vuoi per una materia che non è proprio agevole per la maggior parte degli studenti. Il cast che interpreta gli studenti risulta davvero azzeccato per interpretare i ruoli previsti dal libro e le trame che si sviluppano sono corrispondenti all'idea che il lettore si fa sfogliando le pagine scritte molto bene da Gaja Cenciarelli. 
La "pressorè" (i modi di chiamarla sono diversi ma ugualmente smozzicati) instaura con i suoi "BUONI COMPAGNI DI VIAGGIO" un tragitto davvero interessante che porta tutti all'esame di maturità e non solo. Sono diversi gli esami di coscienza che vengono raccontati e si mescolano ad un esame del proprio trascorso - dell'insegnante e non solo - niente affatto banale.
L'idealismo mischiato al pragmatismo della protagonista emerge molto bene nell'interpretazione di Anna Ferzetti e diventa - come nel libro - il filo principale che lega le storie degli studenti, viste da prospettive di racconto autobiografico ma anche di trama romanzesca con anche salti avanti nelle vite dei protagonisti che però non sono né eccessivi né fuorvianti. 
Il film scorre bene ed anche se non è il primo con lo sfondo di una classe in movimento verso la maturità, riesce ad essere comunque interessante e "diverso". Il paragone quindi con il libro tiene e tiene bene. Visto che ormai si vive di piattaforme, quando sarà in giro (in sala credo sia difficile trovarlo ancora) vi consiglio di guardarlo.  

domenica 8 febbraio 2026

Grazia e Bellezza

#KFilm Febbraio 2026
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Ho un parere non esattamente unico dello stile di regia di Paolo Sorrentino. I suoi film catturano sempre la mia attenzione, sicuramente in prima battuta anche per il suo nome ormai "noto". In tutti quelli visti però ho sempre poi trovato uno o più elementi di fascino. Dal modo di raccontare le storie alla fuga anche "oltre" arrivando a tratti di eccesso o comunque di elaborata poesia. In alcune circostanze questa elaborata ricerca della fotografia più originale del suo stile, partendo dal presupposto che guardo ogni tipo di film senza nessuna convinzione di essere un esperto, ha lasciato in me qualche perplessità. E' successo ad esempio in "La grande bellezza" dove in molti punti ho faticato a tenere il passo e mi sono chiesto in diversi momenti se non fosse "troppa" quella ricerca e quella durata di pellicola.
Sono invece uscito totalmente soddisfatto dalla visione del film "La grazia". Ho trovato il racconto pienamente sviluppato come sempre ma senza mai eccedere in percorsi che mettessero a rischio la comprensione o che facessero pensare all'eccesso. Toni Servillo interpreta un Presidente della Repubblica molto immalinconito da varie vicende - "SFREGI NEL CUORE" personali ed istituzionali - e un misto tra il triste ed il sollevato per l'avvicinarsi della fine del suo mandato. E, quasi banale dirlo, lo fa in un modo stratosferico. Non serve ovviamente che lo dica io quanto sia bravo e completo come attore ma questa volta più di sempre mi sembra che abbia fatto totalmente centro. Perfetto nell'esprimere tutta la stanchezza del personaggio, azzeccato nella fotografia di politico alla ricerca del giusto equilibrio imposto dal ruolo, giurista rigoroso ma con il cuore che reclama la sua parte.
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 680
Alla fine del suo settennato il Presidente avrà a che fare con l'ultimo disegno di legge controverso e con più proposte di grazia. Ci sono varie possibilità e diversi timori a percorrere i suoi pensieri e nell'interpretazione magistrale di Servillo emergono tutti prepotenti. Di alta qualità anche il ruolo di Anna Ferzetti che interpreta la figlia e l'attrice che interpreta il ruolo fondamentale per il film di Coco è altrettanto brava, forse ancora più sorprendente. La musica che sembra fuori luogo di Gué è in realtà una scelta azzeccata per il racconto della storia, esattamente come la scelta azzeccata della costruzione di tutto il cast che egregiamente recita il ruolo di "sottofondo/sfondo" a quello che in alcuni tratti sembra un vero e proprio monologo recitativo.
Un film che ha molti risvolti (anche ironici e di leggerezza) e che solo per brevissimi tratti rallenta o sembra diventare un po' troppo didascalico. Regia, scelte di fotografie ed immagini come sempre da applausi. Un film che davvero consiglio con una prova del protagonista davvero da applausi a scena aperta.

venerdì 7 novembre 2025

Un bel po' di poesia

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 667

A volte serve un po' di poesia, quella che ti fa sperare di dire "MI CI PULISCO IL CUORE". Non sempre abbiamo la voglia di cercarla e spesso non è facile da rintracciare ma quando la trovi è molto bello farsi  in qualche modo accarezzare dalla stessa e farsi un po'...."coccolare". Ecco, il film "La vita va così" è una vera e propria poesia che regala carezze. L'argomento non è né banale né consueto per un film commedia ma il modo in cui viene rappresentato lo fa apprezzare come base di sorrisi e di malinconia: mix perfetto per un quadro importante e poetico.
La regia di Riccardo Milani racconta perfettamente una storia basata su un fatto vero e lo rende davvero piacevole alla visione ed alla condivisione. Il cast ha in Virginia Raffaele una protagonista da una luce davvero speciale che affianca splendidamente il vero fulcro della storia: un attore non professionista - Giuseppe Ignazio Loi - che interpreta in modo perfetto Efisio, un testardo pastore sardo. Al centro della vicenda infatti i suoi ripetuti NO alle offerte di un magnate milanese miranti a rilevare la sua terra che si trova all'interno di un pianificato resort di lusso in costruzione. Tutti intorno cedono i loro terreni ma non Efisio (il suddetto pastore) che non può pensare di "abbandonare" l'amore della sua vita e di quella dei suoi nonni (e dei nonni dei suoi nonni....). Da lì si apre la storia e la pressione prima dell'acquirente poi in realtà di tutto una comunità che vuole sfruttare questa occasione di "rinascita". Sembra impossibile far capire ad Efisio che sta sbagliando, tanto che la sua posizione genera conflitti, denunce ed un'interminabile ricerca di fargli cambiare idea. La sua sarà una battaglia contro i mulini a vento o l'unica posizione che - partendo da un sentimento radicato e profondo di "amore incondizionato" - mira alla strada giusta nonostante le difficoltà di avere tutto il mondo contro tranne l'altrettanto incondizionato amore della figlia?
Nel film oltre ai due protagonisti ci sono una serie di brillanti interpretazioni come quelle di Aldo Baglio e Diego Abatantuono sulla sponda opposta dell'intransigente Efisio. La storia scorre benissimo e la perfetta scelta del cast intorno è un panorama azzeccatissimo per la vicenda ed il suo significato. Molto bello anche il  il finale dove spicca la partecipazione di Geppi Cucciari così come la parte dei titoli di coda. Nella fotografia e nei dialoghi ci sono davvero tracce di pura poesia, così come nel rapporto figlia-padre ed ancora di più nell'amore totale di Efisio per la sua terra e la sua dignità. 
Ve lo consiglio davvero perché pur restando nel suo ambito di commedia, il film regala molto e lascia un significato importante nonché una gran bella sensazione. 

sabato 9 dicembre 2023

Capolavoro

La Kiave di Lettura parlerà di qualcosa che "ho visto" ma non riguarderà né una lettura né una partita della mia viola,  che tra l'altro hanno delle categorie specifiche fuori dalla #KdL settimanale. 
Anche se in ritardo rispetto all'uscita, sono infatti riuscito a vedere il film "C'è ancora domani" e, senza giri di parole, me ne sono innamorato. Totalmente.
Come per i libri ovviamente non ho nessuna competenza per fare una recensione se non quella dettata dal mio gusto personale. Credo però che per questo film il parere non sia solo soggettivo. 
Oggettivamente Paola Cortellesi, alla sua prima regia, ha fatto un capolavoro. Nemmeno piccolo. "UN FASCIO DI LUCE VA DAL PROIETTORE" ma illumina tutto intorno e non solo la sala. Per questo uso la parola capolavoro perché la bellezza del film va oltre le mura del cinema e ti resta addosso.
La scelta del bianco e nero non è solo azzeccata ma è vincente: rende il giusto paesaggio alla storia dandole la perfetta atmosfera.
Il mix realizzato per il cast è inappuntabile: Valerio Mastandrea fa un'interpretazione tanto complicata quanto perfetta, Romana Maggiora Vergano è (per me) una bellissima scoperta nel ruolo della figlia della protagonista, Giorgio Colangeli nel ruolo del suocero insostenibile è da applausi, più marginali ma ugualmente centrati Vinicio Marchioni, Emanuela Fanelli e Raffaele Vannoli. Ma soprattutto la scelta migliore per il cast, Paola Cortellesi la fa scegliendo se stessa nel ruolo di protagonista. La sua, è una prova mostruosa nel ruolo di Delia: totalmente nel personaggio per recitazione gestualità, mimica e per un trucco che sembra non essere appunto di Delia ma proprio parte di Paola. 
Ma l'elemento più importante e più brillante di tutto il pacchetto è la storia: forte e sviluppata splendidamente. Originale, mai ripetitiva, di una forza rara e dal finale da applausi. Per tutta la durata del film lo stomaco si contorce dalla rabbia e la testa si accende per i ragionamenti che si scatenano naturali nel seguire lo svilupparsi della trama. Il tutto in un percorso meravigliosamente dolce ed intenso. 
#KdL - KIAVE di LETTURA n° 569
Infine la colonna sonora che va da canzoni dell'epoca in cui il film è ambientato ad azzeccatissimi salti in avanti. Sulla "Sera dei miracoli" e su "A bocca chiusa" è impossibile non sentire i brividi e trattenere lacrime di commozione, rabbia e bellezza.
In conclusione è praticamente impossibile trovare qualcosa che nel film non funzioni o meglio qualcosa che non ti faccia confermare il giudizio: capolavoro.
Inutile aggiungere altro, se non un consiglio dal cuore e totalmente sentito: cercatelo ed andate a vederlo. Non si può perdere. Davvero. Probabilmente sarebbe da inserire nei "testi" da studiare a scuola, perché spiega molto più di lezioni o corsi. 
Applausi. Veri, sentiti, commossi. 

sabato 18 gennaio 2020

Film e treni

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 371

E' un po' così che funziona. "UN BEL PO' DI ROUTINE" nei percorsi che vengono fatti dalla cosiddetta opinione pubblica. Il nove gennaio scorso, a pochi giorni dall'anniversario della sua scomparsa (venti anni), è uscito al cinema "Hammamet", opera di Gianni Amelio con protagonista Pierfrancesco Favino. Ma la sua uscita è stata anticipata (e tutt'ora seguita) da un focalizzarsi di commenti ed opinioni sul film stesso ma soprattutto sulla storia che racconta.
Per i pochi che non lo sapessero, "Hammamet" infatti mette in scena gli ultimi mesi della vita di Bettino Craxi. Focalizza l'attenzione sulla vicenda umana dell'ex presidente del consiglio, fotografando l'ultimo periodo della sua vita ed evidenziandone contraddizioni e relativi stati d'animo del protagonista e delle persone vicine.
Ho visto il film. E' un racconto davvero molto "intimo", quasi privato. Talmente privato da non venir mai nominato, ad esempio, nè il nome nè il cognome di Craxi, evidentemente troppo pubblico. Intimo e familiare tanto da incentrarsi quasi esclusivamente su questa parte della sua vita e dal rendere solo di accompagnamento le eventuali responsabilità, vicende politiche e processuali. Chi si aspetta il racconto storico di quel periodo ne rimane deluso, ma sono convinto che non fosse questo l'obiettivo del regista. Non la cronaca dei percorsi del partito socialista dell'epoca e del suo leader ma il finale della vita di un uomo e dei suoi legami. Tanto che il film ha pochissima azione, molto dialogo ed infinite pause. Come nelle caratteristiche comunicative di Craxi. Nonostante un'interpretazione stellare di Favino (sorprendente anche per chi lo ritiene un mostro di bravura) personalmente l'ho trovato lento, maledettamente troppo lento. Ma questo è solo un parere di chi ha pochissima autorevolezza e conoscenza in campo cinematografico. Personale valutazione che mi porterebbe a darebbe al film un cinque, per di più influenzato in positivo dal voto altissimo per un Favino davvero strepitoso. Giudizio legato ripeto alla sensazione del film come racconto di una storia di una persona (solo in parte personaggio) e non ai mancati riferimenti di cronaca ed a vicende "storiche". La cosa in realtà che mi ha colpito di più è avvenuta fuori dal cinema. E non parlo della coda al botteghino.
Parlo della fila di valenti opinionisti sull'argomento: giornalisti, direttori, politici....nani, ballerine e tuttologi storicopolitici tutt'attaccato che si sono iscritti a parlare. Il film ha portato infatti la biografia di Craxi, e soprattutto la rivisitazione della stessa, ad essere al centro della scena e della cosiddetta opinione mediatica. Tutte le analisi così impostate hanno tralasciato volutamente il merito del film "..ci mancherebbe....che vuoi che sia...in fondo si parlavo proprio di quello". Il confronto sul film è passato in secondo (anche terzo) piano perchè tutti sono stati troppo impegnati a rivalutare l'azione politica del leader socialista, a cercare di re-inquadrare la vicenda personale ed a catalogare come resistenza ad una persecuzione giudiziaria la sua ultima dimora tunisina. Tutti senza entrare in un'analisi ponderata delle vicende che partono sì da percorsi politici più o meno apprezzati e più o meno lungimiranti ma che finiscono anche in vicende giudiziarie passate in giudicato (ed altre sospese per prescrizioni e/o morte dello stesso Craxi). Se proprio era necessaria, l'analisi dell'attività dello stesso leader socialista l'ho trovata stucchevole. Non ho sentito infatti mai avviare un giudizio attento su tutto il percorso pubblico del protagonista del film. Ho sentito invece sempre partire il treno del revisionismo, con vari vagoni: riabilitato, presunto colpevole, esule, gigante, al confino, perseguitato, statista, incompreso, vittima. Tutti partendo dal film "Hammamet". Che invece nelle intenzioni di Amelio era solo il racconto di travagliati percorsi intimi di un uomo che aveva conosciuto le luci della ribalta e del potere italiano ma che si ritrovava a vivere gli ultimi giorni della sua vita molto lontano da tutto questo, non solo geograficamente.
Per questo, ogni volta che in questi giorni sento qualcuno di questi "intellettuali" prendere la parola sull'argomento e salire sul treno revisionista di cui sopra, mi viene alla mente il film di Paolo Virzì, Ferie d'Agosto. "...voi intellettuali...vi atteggiate tanto....parlate così sofistici....state sempre ad analizzà, a criticà, a giudicà....ma lo sapete qual'è la verità? la verità è che 'nunce state a capì più un cazzo...ma da mò". Ecco, rivedo nell'espressione beffardamente sarcastica di Ennio Fantastichini, la giusta definizione per i passeggeri dello speciale treno targato "Hammamet" in movimento in questi giorni.

martedì 18 settembre 2018

Un cazzotto

SULLA MIA PELLE. Una sala discretamente piena, oltre quello potessi pensare. Un inizio che, cuffie alle orecchie, batte subito forte ed ottiene quello che si pone come obiettivo: catturare attenzione, in modo totale. La sala si zittisce. Nessun brusio, nessun chiacchiericcio, nessuno che controlla il cellulare. Mai "sentito" un silenzio così totale in una sala. E' sceso un doveroso rispetto per una storia. Per una fotografia in movimento. Per un'opera d'arte che arriva allo stomaco. Non sono bravo nel recensire, meno ancora nel farlo quando si tratta di film. Provo soltanto a raccontare un'emozione, a descrivere quello che ho sentito. La storia di Stefano purtroppo è nota a troppe poche persone. E nei suoi dettagli a pochissime. Chi ha scritto e realizzato questo film aveva un obiettivo "QUELLA LI': RENDIAMOLA UNICA". La storia, la settimana di Stefano, la ricostruzione basata solo sulla vicenda e non sulla voglia di trovare colpevoli. Ci sono, i colpevoli, ed emergono chiari ed evidenti. Ma il senso di quello che scorre sullo schermo è un altro. Un bravo docente che conosco direbbe "l'urgenza di comunicare". Ecco. La voglia di trasmettere una storia, di darle il giusto posto nella memoria collettiva, l'obiettivo ambizioso di arrivare dritti dentro le anime di chi era in quella sala. Obiettivo raggiunto totalmente. Un magistrale Alessandro Borghi diventa Stefano Cucchi per cento minuti di una vera e propria dimostrazione di clamorosa bravura artistica. Un copione che lo vede protagonista assoluto di un'interpretazione fatta solo della sua bravura. Pochissime possibilità di gestualità, parlato difficoltoso, espressioni annullate dal trucco di lividi che nella realtà di trucco avevano poco. 
La sua fotografia di Stefano, mette i brividi. Arriva all'anima e la colpisce. Più volte, sempre con la forza della prova totale che mette in campo. Bravissimi anche Jasmine Trinca nei panni della sorella Ilaria ed un sorprendente Max Tortora nel ruolo del padre. Nel film non c'è un minuto di violenza, neanche un fotogramma. C'è angoscia, paura, senso di soffocamento, rabbia, scoramento, commozione, lacrime. La regia da applausi di Cremonini è fatta di primi piani, di trasporto dello spettatore sul posto, dialoghi brevi ma di un'intensità rara accompagnati da una fotografia perfetta come la colonna sonora mai protagonista ma mai banale. Uno in fila all'altro sono tutti elementi che portano ad un vero e proprio cazzotto allo stomaco, forte, dritto per dritto. Come quella porta che chiude il mondo abituale di Stefano ed apre la sua condanna a morte. Come deve essere per rappresentare una storia che lascia senza fiato. Il pestaggio, il processo, la trascuratezza nelle cure, il disinteresse dell'aggravarsi della sua situazione, l'esser costretto a mentire, il "quando la smetterete di dire che siete caduti dalle scale?" "quando le scale smetteranno di menarci", la mancanza di rispetto nei confronti dei genitori lasciati senza notizia, il senso di abbandono che deve aver provato uno Stefano a cui erano vietate anche le visite, la notizia della sua morte data dal modulo della richiesta di autopsia, quella porta che segna la fine della sua vita. Il film rappresenta tutto questo. E' crudo. Senza giri di parole, senza reti di salvataggio, senza inutili frasi fatte o retoriche banali. Esattamente come non ce ne sono state per Stefano.
Prendete fiato e cercatelo nelle sale (o premete play su Netflix). Il cazzotto arriva, stordisce e lascia senza fiato. Ma ne vale la pena. Per Stefano. Per la sua famiglia. Per una storia vera. Sulla mia pelle.

domenica 29 maggio 2016

Applausi veri per Virzì

Kiave di lettura n° 185

Da sempre il suo stile è riuscito a far centro nei miei gusti cinematografici. Non sono un esperto in materia, e spesso mi affido più alle sensazioni a pelle o al "nome" dell'attore, in rari casi a quello del regista, lui è uno di quelli. Parlo di Paolo Virzì come ho avuto modo di scrivere, uno, due, tre volte.
Il tema del film era di quelli che potevano essere la famosa buccia di banana per molti, ma non per il regista livornese. La storia è basata su una strana coppia che si forma in una comunità terapeutica del pistoiese, dove una "signora dal doppio cognome" e dai modi aristocratici stringe amicizia con una ragazza rifiutata da tutti e con il solo punto di riferimento di un padre che l'ha abbandonata per un carriera da cantante di locali. Una con i suoi vestiti di lusso ed i suoi atteggiamenti da signora altolocata, l'altra con "senza fine" nelle cuffie con la convinzione che sia una produzione del padre. Le due troveranno uno strano feeling dato da diversità e poli opposti ed in una sorta di omaggio a "Thelma e Louise" partiranno per una sorta di fuga alla ricerca di spazi e di chiarimenti di quello che nelle loro vite era rimasto aperto. "Tu sei matta" è la frase che a vicenda le due si ritrovano a dirsi, "matta vera" per rafforzare la propria opinione. Due piccoli esempi del percorso tra la dolcezza e l'amaro della realtà che le circonda e che colora il film. Non mi piacciono le anticipazioni troppo accurate, quando sono troppo esplicative del racconto e della trama quindi mi fermo qui. Vi racconto però di quanto Donatella e Beatrice siano perfette in questa storia, quanto Micaela Ramazzoti e Valeria Bruni Tedeschi che le interpretano siano bravissime, da applausi.
La storia è raccontata con la solita amara ironia dal maestro livornese, "NON SERVONO PAROLE" clamorose per descrivere la sua capacità di rendere commedia anche il dramma e di rendere commovente anche la commedia. Ci sono momenti in cui si ride, amaro, ed altri in cui ci si commuove, di cuore. La storia potrebbe cadere nel patetico o nel già visto, ma sfiora soltanto questo rischio e nel percorso tra latin lover improvvisati (il grande Bobo Rondelli e la sorpresa Graziano Salvadori), vecchi parenti indisponenti (Marco Messeri e Bob Messini) e sguardi di passanti incuriositi ("signore tutto bene?" "noi sì grazie, e voi invece con quegli strani indumenti?") arriva a completarsi con un racconto finale sulla passeggiata di Viareggio che mette a dura prova lacrime e commozione ed esalta lo stile e l'interpretazione di un duo di protagoniste clamorosamente allineate su un voto da lode.
Un cast perfetto, nelle scelte degli attori e nelle scelte interpretative degli stessi, un "copione" che non cade nel patetico o nel banale ma nel dolceamaro di una commedia piena di affetto e di stile. I paesaggi toscani, lo sfondo di Calafuria, il percorso della passeggiata di Viareggio accompagnano Micaela e Valeria in una lunga camminata ideata e strutturata in modo perfetto ed interpretata e vissuta da loro in maniera egregia e da chi ha la fortuna di guardarle in questo grande film in modo totalmente rapito ed ammirato.
BIGNAMI: come ho consigliato ai miei colleghi, dico anche a voi la stessa cosa: "andate a vederlo e veloci, che sia mai debba essere tolto e sarebbe un rammarico clamoroso".
Ancora complimenti Virzì, davvero un gran film.

mercoledì 30 dicembre 2015

Sistemi complessi

Kiave di lettura n° 163

Come spesso dico prima di scrivere un post di questo tipo, non mi viene così spontaneo scrivere di film visti come invece mi capita con i libri letti, testimone ne è il mio Katalogo ed il peso del reparto libri rispetto a quello dvd. Ci sono però dei film che colpiscono "COSI' IL CENTRO DEL" tuo interesse che ti ritrovi a fare un'eccezione. 
"La felicità è un sistema complesso" è uno di questi casi, l'ultimo film con Valerio Mastandrea infatti parte piano con un passo non velocissimo ma arriva e colpisce il bersaglio lasciando il segno. Nel film, Mastandrea rappresenta non solo il protagonista ma praticamente la quasi totalità del film, che lui regge in maniera davvero eccezionale, da grandissimo interprete quale è. Le storie che gli corrono accanto e che lo vedono protagonista anche quando è solo un osservatore secondario sono quelle di vicende particolari dove l'Enrico Giusti mastandreaiano cerca un motivo di rivalsa nel portare avanti il proprio lavoro di "consulente alla cessione" di ricchi imprenditori che hanno ereditato fortune ma sono incapaci di gestirle. In questa attività cerca e trova, o almeno si convince di questo, un riscatto personale per le proprie vicende familiari ed una vicenda paterna che ha lasciato il segno. Per ottenere i risultati da lui sperati, ma soprattutto dalla sua compagnia, si presta ad affiancare gusti e vite personali dei clienti nel migliore dei modi, diventando un vero e proprio amico/riferimento più che un consulente.
Le vicende lo porteranno poi a mescolare ancora di più e concretamente vicende familiari attuali con nuovi incarichi, venendone "sconvolto" o perlomeno modificato con le perle del karaoke su "La torta di noi" e del "fa così perchè non ha gattonato". La perenne giustificazione al suo lavoro viene pianopiano messa in discussione e nei panni ironici/riflessivi Mastandrea si supera letteralmente, affiancato da un gruppo di buoni attori per lo più poco noti con la sola eccezione di una partecipazione piccola ma efficacissima di Battiston. Film che trova ulteriormente forza in una regia davvero azzeccata, perfetta nell'accompagnare tempi e fasi della storia raccontata.
Emerge in tutta la sua complessità la struttura della felicità per il protagonista e non solo, sistema complesso anche nel tentativo e nel percorso necessario per realizzarlo, come perfettamente fotografato dalle scene finali a base di skate e gallerie e di treni alla stazione presi dopo passi da moonwalk di un (anche) ballerino Mastandrea che chiude in bellezza un film davvero notevole.
BIGNAMI: film super consigliato, veramente un piccolo gioiellino, senza troppe pretese e senza una storia "clamorosa" ma con regia ed interpretazione totale del protagonista davvero da applausi. Dovendo copiare il giudizio con cui spesso "catalogo" i libri direi un quattro stelle (forse quattro e mezzo) su cinque.

domenica 27 luglio 2014

Un esordio di qualità

Kiave di lettura n° 93

Mi ero perso il film alla sua uscita cinematografica anche se mi incuriosiva e non poco, sia per il soggetto che per l'autore del film.
Apprezzo molto infatti la capacità di Pif di rendere personale ogni racconto ed ero curioso di vedere come si poteva abbinare e legare al soggetto e se il suo stile "da testimone" poteva reggere anche nella realizzazione di un film.
Ebbene ogni curiosità è stata soddisfatta ampiamente, Pif è riuscito infatti ad andare ben oltre a "IL MURO DEL SUONO" delle ovvie parole che di solito sono utilizzate per descrivere e raccontare storie di mafia. Lo stile di Pif emerge anche nel film e la sua naturale semplicità fa da linea comune a personaggi e trama. Ogni personaggio è descritto e raffigurato semplicemente come in una commedia ma lo sfondo è ben più complesso, vive delle ombre degli omicidi mafiosi in terra siciliana negli anni Ottanta/Novanta nei quali lo stesso Pif si trova in modo parallelo quasi toccato, per vicinanza o conoscenza di alcuni protagonisti. In molti momenti si ha l'impressione che la commedia vada oltre la mafia e percorra una strada solo marginalmente toccata dall'argomento, ma non è così. Il film arriva ben presto dove vuole arrivare e il messaggio passa bello chiaro con un finale che pesca a piene mani nelle esperienze da "testimone" dello stesso Pif facendo tornare alla mente anche parti della sua intervista a Saviano, che vi invito a cercare e vedere per la sua semplicità e la sua profondità se non avete ancora avuto la fortuna di vederlo.
E' una ventata di aria fresca e pulita, pur essendo un'aria non leggera e frivola ma legata ad una riflessione che non manca di essere sempre presente. Gli attori che fanno parte del film sono in realtà davvero quasi tutti come protagonisti secondari rispetto alla trama ed al suo percorso. Pif riesce a far riflettere e tenere bene in memoria, come dicevo una settimana fa per Danielino, un argomento e fatti che fanno parte della nostra storia e che per non ripetersi devono non essere dimenticati. L'ambientazione è semplice e la trama può apparire magari anche banale, ma quello che rappresenta non lo è per niente. Il crescere del protagonista con la presenza grigia di rapporti mafiosi evidenti o latenti non è un crescere banale ma a piccole gocce immette in lui la consapevolezza e la dimensione di uomo che nel finale "da brividi" emerge e viene fuori come una bellissima esplosione che fa da contraltare alle tragiche esplosioni protagoniste in altri momenti del film. Veloce nel guardarlo e nel provocare un sorriso riflessivo ma soddisfatto. Esame da regista superato a pieni voti, complimenti PIF.

sabato 25 gennaio 2014

Un notevole capitale

Kiave di lettura n° 67

Gli ultimi due successi, anche se di dimensione diversa l'uno dall'altro, e tutto il suo CV precedente avrebbe fatto pensare ad un "cavallo sicuro", in realtà io qualche perplessità ce l'avevo.
Conoscendo infatti il soggetto e la trama di "Il capitale umano" avevo qualche dubbio, ovviamente non scaturita dalla polemica leghista (che merita solo un "no comment" seguita da una risata di scherno) ma dal non vedere un abbinamento automaticamente positivo tra lo stile di Virzì e la storia che avevo in parte capito sarebbe stata raccontata. L'ambiente che fa da sfondo al film infatti "SEMBRA UN POSTO IN CUI SI SCIVOLA" per rampantismo e mondo focalizzato su profitto e successo interpretato esclusivamente come percentuale di profitto e numero di macchine di lusso possedute.
Accanto a questo mondo, lateralmente, scorre la vita di una cittadina alle prese con teatri che crollano ed agenzie immobiliari dai titolari iper-ambiziosi che vorrebbero diventare parte integrante del mondo rampante e "vincente". La storia ovviamente si arricchisce di ulteriori fattori di condivisione e di contaminazione tra i due mondi, ma è soprattutto la modalità di racconto del film a renderlo particolare ed interessante. Strutturato come un libro diviso in capitoli, ognuno dei quali dedicato ai diversi protagonisti del film, che raccontano il percorso della storia con gli occhi diversi dei diversi soggetti interessati alla vicenda per poi confluire in un capitolo finale collettivo semplicemente perfetto.
Interpreti che recitano perfettamente la loro parte e fanno del film un grande racconto corale: Bentivoglio, Gifuni, Bruni Tedeschi, Golino ed un buon gruppo di giovani interpretano il capitale umano con precisione e capacità rendendolo un film davvero interessante e di spessore. La storia mostra l'aridità di un mondo che sempre più ha il sopravvento nel nostro paese e sulle difficoltà del resto del mondo di emergere rispetto al protagonismo sfrenato dei partecipanti del mondo suddetto. "Avete scommesso sulla rovina di questo paese ed avete vinto" è una frase che identifica perfettamente il tutto, la permanenza in quel mondo di chi pronuncia la frase rende ancora più centrato il quadro del tutto. I tic e la voglia di arrivare del personaggio di Bentivoglio mischiato alla spocchia altezzosa di quello interpretato da Gifuni sono una fotografia cruda ed aspra di un italiano medio, così tagliente da sembrare molto reale. Virzì riesce con una storia non banale ed una modalità di racconto particolare a fugare ogni mio dubbio iniziale ed a realizzare un film davvero da vedere, dall'inizio fino ai titoli di coda, raramente intensi ed esplicativi come in questo caso.
BIGNAMI: ancora un successo per Virzì che cambiando totalmente scenario e registro riesce a non perdere fascino e capacità di raccontare. Applausi sinceri.

martedì 16 ottobre 2012

Una sicurezza: Virzì

Dici Virzì e la mia mente corre immediatamente a due film che sono tra i miei preferiti in assoluto: Ovosodo e soprattutto La prima cosa bella che entrerebbe nella top ten della mia ipotetica hit parade di tutti i tempi. Dici Virzì e pensi all'ironia livornese ed a quell'accento pungente che dà colore e sapore. Dici Virzì e ti aspetti di passare 2 ore divertenti e non banali in compagnia dei suoi personaggi e dei suoi racconti.
Con queste premesse, il rischio delusione da troppe aspettative è dietro l'angolo, specie se "l'ultima esperienza" con un suo film ti riporta alla splendida coppia Mastandrea-Pandolfi ed a quella magia di film.
Tutti i santi giorni è un film completamente diverso. E' la storia di un rapporto di coppia dove "L'AMORE CONTA" oltre ogni ostacolo, creato dagli ambienti diversi da cui provengono i due protagonisti, dai caratteri completamente opposti della coppia e dalle difficoltà di lavori precari ed economia ai tempi della crisi. Per alcuni aspetti ricorda "la bella vita", primo film di Virzì, ma invece che i problemi di coppia protagonisti nel film d'esordio, qui a farla da protagonista è l'amore ed il legame che unisce Antonia e Guido.
Attori principali quasi sconosciuti (almeno per me) ma perfetti per i due ruoli dei protagonisti: lei una cantante ex-ribelle che ha cambiato vita, lui un letterato che la vita ha portato a fare il portiere di notte in un albergo di lusso. Lei siciliana dall'animo rock e lui toscano dal vocabolario intellettuale e antico vivono a Roma e per i ritmi e gli orari lavorativi totalmente diversi trovano il loro equilibrio nelle poche ore che trascorrono insieme in un quartiere popolare dove la TV ed i suoi stereotipi hanno la meglio sulla quasi totalità dei "vicini". 
La loro diversità dai vicini è evidente nel linguaggio e nei modi ricercati di Guido e nella voglia di fare musica alternativa di Antonia, se questo li accomuna, i loro caratteri agli antipodi li differenza ma li rende ancor più speciali ("quella scema ed incosciente sono io, tu devi essere quello coi piedi per terra, altrimenti è un casino"). Il loro amore è forte e si mette alla prova in molte circostanze, specie in quella che farà da filo conduttore a tutto il film: la voglia di avere un figlio.
Virzì rende il tutto piacevole con dialoghi azzeccati ed una trama semplice ma efficace ed anche quando si affrontano temi già visti in altri film non si ha mai la sensazione del "doppione". Gli attori sono una piacevole sorpresa ed il film fila via che è una bellezza pur avendo alcuni momenti intensi e non proprio leggeri. 
La paura di rimanere delusi per le troppe aspettative è quindi ampiamente superata ed anche questo film conferma il regista livornese come una "scommessa sicura". 
BIGNAMI: divertente ma anche malinconico, come spesso accade ai film di Virzì, il film è sicuramente da vedere; non arriva ai livelli di La prima cosa bella ma sono certamente due ore spese molto bene.