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sabato 21 settembre 2024

Ciao Luigi

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 609

Ci sono persone che rappresentano un po' degli elementi certi. Quelli che in qualche modo hai imparato a conoscere molto tempo fa e che stando lì, nel tuo percorso, ti hanno trasmesso qualcosa. Con i loro difetti e con i loro spigoli ma anche con un bagaglio infinito di elementi da cui imparare.
Luigi Bulleri è stato il primo presidente di ANPAS da me conosciuto e quello che ha rappresentato uno dei protagonisti del mio ingresso in un mondo che da ventiquattro anni "frequento" a vario titolo.
Conoscere un poco alla volta la sua storia, ha rappresentato un elemento di chiarezza su cosa e "CHI SIAMO STATI" in varie categorie. I suoi percorsi hanno infatti intrecciato il lavoro nei campi e quello da sindacalista, il ruolo di parlamentare e quello di sindaco, l'incarico di presidente di associazione e quello di un ente nazionale, l'attività di coordinatore di enti di volontario e di il presidente di circolo, la gratificazione di innovatore e di scrittore. Dal 2000 in poi, in molte di queste sue strade, ho avuto la possibilità di incrociarlo/ascoltarlo ed è stato sempre un grande privilegio. Ne ho apprezzato la determinazione ed il suo essere diretto, anche (e forse soprattutto) quando risultava polemico e "difficile". Non sempre infatti è stato facile entrare in sintonia con i suoi modi e con le sue modalità di lavoro: da subito peró si percepiva la sua schiettezza sinomino di “semplicità” e con il tempo ho imparato a leggere meglio il suo modo di fare e di essere. Quel che invece è sempre stato certo ed evidente era la percezione del suo spessore. 
Oggi ho ascoltato con attenzione gli interventi di chi davvero lo ha "vissuto" bene, ed in tutti ho percepito ammirazione concreta per la sua determinazione, il suo impegno e la sua costante voglia di "fare politica". Non solo partitica, parlamentare o istituzionale. Ma anche e soprattutto sociale, di vita, di associazionismo e di visione. Strade numerose e varie ma tutte con un'unica bussola rappresentata dal "fare per la comunità e per gli altri" come ha sottolineato un'emozionata Livia Turco che non ha voluto far mancare oggi il suo personale ricordo e saluto. Non solo. L'intervento prezioso e commosso di Vanessa, di cui colpevolmente non ricordo il cognome, una giovane volontaria del circolo Arci di Pisa, ne ha messo in evidenza, oltre all'umanità e la dedizione, la capacità di attrarre e coinvolgere generazioni lontane dalla sua. Probabilmente il migliore dei passaggi di testimone possibile, capacità già mostrata in ognuna delle sue esperienze di vita. 
Tra le sue ultime passioni, quella di lasciare traccia del suo impegno attraverso tre libri che fotografano strade percorse con entusiasmo ed amore: la politica, la storia della figlia ed il mondo del volontariato. Volumi per i quali ho avuto la fortuna di avere nella prima pagina una dedica personalizzata che conserverò in modo orgoglioso.
Ciao Luigi, è stato davvero un piacere.

domenica 29 ottobre 2023

Ciao Chandler

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 563
Non è stata una serie è stata (ed è) LA serie. Quella che ha "segnato" moltissimi di noi finti giovani adesso e giovani all'epoca.  Friends ha rappresentato un successo mondiale riconosciuto e diventato "mito" in tanti paesi e per tantissime generazioni.
La scrittura semplice ed ironica, le classiche storie di giovani americani e soprattutto un cast speciale.
Tra gli attori protagonisti quello che rapiva per simpatia totale, allegria e depressioni sopra le righe, costante ricerca della battuta e dell'atto del dissacrare era Chandler. Chandler Bing interpretato da Matthew Perry
Non sto ovviamente a fare l'analisi di una serie che è stata analizzata da tutto il mondo e di cui sono state spulciate tutte le pagine di tutti i copioni delle fortunatissime dieci stagioni. Dico che Friends resta qualcosa di familiare anche ad anni di distanza. Un porto sicuro quando non sai scegliere cosa guardare e ti va di rispolverare qualcosa che sai che ti fa sempre e comunque ridere.
E le risate più grosse io me le sono sempre fatte con lui, Chandler. "IL DESTINO HA LA SUA PUNTUALITA'" e stamani ha tirato fuori la sua peggior precisione con la notizia della sua morte.
Il lavoro misterioso, gli innamoramenti sfortunati, il terzo capezzolo, la puntata nella cassa, le battute senza sosta, la paura del ritorno di Richard, la voglia di apparire più mascolino di quello che era, l'amicizia indissolubile con Joey, il pulcino e la papera, Lionel Richie per dimenticare Janice, l'adolescenza fonte di continue battute, la costruzione del mobile, il divano da trasportare, il nuovo coinquilino pazzo, l'ingresso con la statua bianca del cane e Joey nella casa "vinta" alle ragazze, il gioco inventato per regalare soldi allo stesso Joey, gli omini del calcino salutati prima dell'addio.
Da stamani è un susseguirsi di pezzi di questi video, un po' ovunque sui social ma soprattutto nella mia testa. 
Come un po' ovunque è girata questa foto
dove al posto di Joey ci sono tutti i fans di Mr. Bing che restano spersi sapendo che da oggi quando gireranno lo sguardo non troveranno più il sorriso sarcastico di Chandler pronto all'ennesima battuta.
CIAO CHANDLER

venerdì 6 gennaio 2023

Ciao Gianluca

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 521
Di nuovo la storia del "guerriero sconfitto". Di nuovo la cronaca di un male che ha battuto chi non c'è più. Di nuovo le parole lotta, combattente, vittoria, sconfitta. Come se fosse una partita in cui impegnandosi si vince, se non lo si fa completamente o "per bene" invece si perde.
Magari l'ho fatto anche io in passato in modo inconsapevole ma da un po' di tempo ci sto facendo più caso. Di quanto stride questo concetto di sconfitta di un guerriero impegnato nella partita più importante. Ma soprattutto di quanto può far male a tutti quelli che hanno visto andarsene persone vicine e che in qualche modo sentono definire "sconfitti" i propri cari colpiti da un tumore. 
Forse chi si appiattisce su questo linguaggio dovrebbe capire che il parlare di chi non c'è più a causa di questo male non deve per forza essere allineato ad una sfida. C'è questa magica declinazione: tumore --> partita e quella parola artefice di tutto che di conseguenza scompare lasciando spazio appunto all'aspetto quasi agonistico. Come se fosse una gara da vincere, una prova in cui misurarsi. 
Oggi se n'è andato Gianluca Vialli, giocatore iconico di un calcio che non c'è più. Di quel calcio di fine anni 80/inizio 90 che per i tifosi della mia età resterà IL calcio. Centravanti di una Sampdoria che ha fatto sognare tutta Italia oltre che Genova, leader di una delle Juventus oggettivamente più insopportabili della sua insopportabile storia, calciatore riconosciuto un po' ovunque. Da qualche anno era stato colpito da quel male che spesso ho sentito definire "un male pocobono" e da allora al suo curriculum invidiabile di calciatore si è affiancato altro da raccontare. "Io col cancro non ci sto facendo una battaglia" "ECCO CHE SPUNTA UN'ALTRA REALTA'". Ha raccontato infatti i suoi obiettivi a lungo ed a breve per cercare di non farsi abbattere confessando come, ovviamente, nonostante i suoi programmi, spesso "se la fosse fatta addosso dalla paura". Ha cercato di trasmettere la propria esperienza al mondo per provare a comunicare il suo percorso, soprattutto mentale, cercando di portare aiuto a chi in quelle situazioni si trovava o si trova. Non ha mai parlato di lotta, di sfida, di vittoria. Quando ha parlato di "perdita" l'ha declinata rispetto al tempo che cercava di non dare mai o mai più per scontato. In quella bella intervista aprendosi con Alessandro Cattelan ha abbinato sorrisi, riflessioni e commozione. Facendo uscire, in quella ed in altre apparizioni tv, immagini indelebili dal bagaglio di ricordi di tutti. Nei miei, soprattutto i gol in maglia doriana nelle partite europee che all'epoca erano le uniche che si potevano vedere. Ma anche quelli che purtroppo ha fatto con la maglia sbagliata (diversi anche a noi), i lampi in nazionale - gli ultimi con mia esultanza per quella maglia - e quelli in Inghilterra che lo hanno fatto diventare uno dei primi/pochi italiani che all'estero hanno lasciato un segno indelebile da calciatore
Non l'ho mai sentito lasciarsi andare a parole banali o frasi fatte. Ogni volta faceva aprire un po' il cuore e generava riflessioni. Per questo stamani mi ha fatto male leggere che se ne era andato, pensando che quei suoi obiettivi a lungo (morire dopo sua mamma e portare all'altare le figlie) purtroppo non si realizzeranno, essendosi stoppati in questo tristissimo giorno.
CIAO GIANLUCA, mancherai.

sabato 9 aprile 2022

Gli aspetti del silenzio

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 482

Sempre più in questo periodo le diverse sfaccettature del silenzio arrivano ed avvolgono. Agiscono in varie forme e con varie reazioni ti ci confronti. In alcuni casi lasciandole fare in altre cercando di combatterle. Dipende dai campi e dai momenti. Il silenzio ad esempio che avvolge la poca voglia di scrivere, cerco di vincerlo mettendomi l'impegno di questo post settimanale. Altre forme di poca parola invece le percorro senza troppe paure o banalmente le lascio fare per pigrizia. 
A volte addirittura sembra quasi che il silenzio, da me ma non solo, possa essere invocato per quel sano senso e desiderio di "testa sotto la sabbia" nei confronti di notizie che continuano ad accumularsi e portano nel mondo quel pesante senso di precarietà e tristezza dovuta a qualcosa che da sempre porta solo quello: la guerra.
Ma la vita di tutti prosegue, con la testa sotto la sabbia o meno, e di conseguenza arrivano anche i momenti si ed i momenti no. Alternati nella definizione ideale, con il rischio di pericolosi loop nella pratica reale e quotidiana. Nell'alternanza non ben prestabilita arrivano poi ulteriori carichi. Quelli che il fiato lo tolgono davvero e lì il silenzio lo determina più lo stomaco stretto energicamente che non la poca voglia di parlare. Con eccezioni ovvio, perché anche in questi casi chi deve dire qualcosa in più c'è sempre, ed è proprio in quei casi che uno forse lo cerca pure il "SILENZIO CHE FA STARE BENE", cercando di scansare tutto e lasciando prevalere la commozione. Quella appunto che crea il nodo alla gola per qualcosa di ingiusto, di troppo veloce per farci l'abitudine, di poco o per niente accettabile. In pratica il campionario completo "delle frasi fatte" ma che quando ci sei immerso dentro non ti sembrano nemmeno tali. Aggiungendo al kit completo delle considerazioni anche il pudore di non volersi metter troppo in prima fila per qualcosa di molto vicino sì, ma nel quale non ti puoi reputare esattamente come il protagonista principale. Nonostante questo, quel nodo alla gola ti agisce dentro ed apre porte diverse mai chiuse. Sensazione che cerchi in qualche modo di alleviare negli altri, non per compatimento ma per vicinanza. Per un abbraccio. Per un sostegno che mai come in questo caso può essere qualcosa a cui sorreggersi. Un aiuto.
Per il suo lavoro, per i suoi progetti, per il suo settore, per il suo animo, aiuto era una parola che Annalia conosceva bene. Un termine che purtroppo in questo ultimo maledetto e velocissimo periodo le è per forza di cose mancato. A livello medico purtroppo, a livello di tempo tragicamente, a livello di vicinanza per le imposizioni del periodo come ulteriore crudeltà. E realizzandolo mentre lo scrivo, lo stomaco accusa ancora di più, lasciando il segno. 
Me lo ripeteva spesso ed anche una delle ultime volte che abbiamo parlato l'ha sottolineato "mica me lo dimentico che sei stato il mio primo tutor qui dentro topetts". Tranquilla Anny, non me ne scorderò mai neanche io. 

venerdì 4 marzo 2022

Un minuto, quattro anni

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 477

Son passati quattro anni da quel minuto (clicca qui) eppure quei giorni sono ancora qui a farci compagnia. Maledettamente e lodevolmente presenti. "NESSUNO MAI E' PRONTO QUANDO C'E' DA ANDARE VIA" così. E probabilmente nessuno si riprende mai totalmente. Ma forse anche non vuole farlo.
Quarantotto mesi fa oggi, in un albergo di Udine, si è fermato il mondo di Davide e da allora qualcosa nel cuore di molti è un po' cambiato. Quel 4 marzo ed i successivi giorni furono delle prove durissime per tutti (ovviamene sempre sapendo che il vero prezzo è stato pagato solo dai genitori/fratello e da Francesca e Vittoria). Talmente segnanti che incredibilmente di quella settimana ricordo anche le virgole. Io come immagino moltissimi. 
La notizia, le prime reazioni, l'incapacità di crederci, il giorno del funerale, il muro di sciarpe allo stadio. Ricordo con chi ero, cosa pensavo, cosa vedevo. Sono sensazioni strane quelle che me li fanno rivedere tutti quei momenti.
E poi è arrivata la domenica successiva, in assoluto la botta più grande. Perché la notizia fu uno shock seguito da incredulità che in qualche modo tutelava. Perché il funerale fu pieno di lacrime ma subito dopo fu seguito da abbracci e gesti che aprirono il cuore e fecero mettere la testa su cose diverse e gratificanti. Quella domenica piena di pioggia invece no, non ebbe  elementi "attenuanti" il dolore. Fu un colpo e basta.
Quel minuto che non arrivava mai ma contemporaneamente non passava mai. Un minuto fatto di tanti minuti infiniti. Un tirare il fiato che non riempiva mai completamente i polmoni. Quegli occhiali scuri sotto la pioggia. Quel silenzio irreale mai "sentito" prima. I rumori di "vita" che diventavano protagonisti in uno stadio ammutolito. Una partita senza senso se non per quel minuto 13. Di nuovo le lacrime e la "processione" uscendo dallo stadio proprio sotto il muro di messaggi per Davide.
Arrivare alla macchina fu clamorosamente faticoso e sembrava di aver corso una maratona invece di aver assistito ad una partita. Davide era nella testa di tutti e paradossalmente nella bocca di nessuno in quelle ore. Tutti erano attoniti ad osservare quello che stava accadendo, tutti in ascolto di canzoni e video in suo onore, tutti a provare a non farsi trasportare dalle onde delle proprie lacrime.
Quel minuto di quel giorno torna oggi a far compagnia. Malinconico accompagnamento di un ricordo che non ha quattro anni perché vivo alla stessa maniera adesso. Davide ha lasciato emozioni, ricordi e sorrisi e non è un caso se per tutti è COSI' presente oggi. Nei murales, nella fascia da capitano che solo una Lega Calcio invereconda non ha permesso di continuare a portare, nelle dediche di compagni, nei racconti di tutti quelli che l'hanno conosciuto, in quel minuto tredici che ogni domenica viene scandito ed applaudito con il coro "Davide Astori, Davide Astori, Davide Astori".
Oggi, come quattro anni fa. Ciao Davide.

venerdì 11 dicembre 2020

Ciao Pablito

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 414
"...Paolo Rossi era un ragazzo come noi..."
Con questa citazione di "Giulio Cesare" di Antonello Venditti si è aperta la mattinata di ieri. O meglio ha fatto da colonna sonora all'ennesima tragica notizia di questo triste periodo che appare senza fine. Se ne è andato infatti anche Paolo Rossi. Quel Pablito che trentotto anni fa, come nelle favole, ha realizzato i suoi sogni e quelli di un'Italia aggrappata alla TV con la speranza dal titolo "VINCI CASOMAI I MONDIALI".
Da ieri rimbalzano immagini, video e ricordi della carriera di Rossi, incentrati principalmente su quell'estate spagnola. Ed anche a me questa tragica notizia ha aperto ricordi tanto lontani quanto clamorosamente vivi. 
Non avevo ancora sei anni quando Brasile, Polonia e Germania venivano battute ed abbattute da quel piccolo centravanti in maglia azzurra. Era stata un'annata calcistica particolare per Firenze: il duello con i gobbi concluso all'ultima giornata con il solito finale beffa per tutti i viola (con tanto di scippo) ma che per me è diventato parte del bagaglio culturale solo negli anni successivi.  Durante quell'amarissimo (e rubatissimo) finale di campionato ancora il calcio non era nei miei pensieri. Cosa che invece accadde dopo pochi mesi quando l'interesse per il pallone ebbe una clamorosa svolta.
Grazie alle maglie azzurre che in Spagna stavano facendo la storia. Grazie a quell'improvvisato numero nove di quella nazionale che mio babbo continuava a dirmi di osservare bene "guarda come gioca il nostro Antonio, a settembre ti porto allo stadio a vederlo dal vivo" . Grazie a quel percorso di clamorosa evoluzione dell'Italia durante il "mundial". Ma soprattutto grazie a quel numero venti che dopo alcune partite poco appariscenti divenne il bomber che tutta Italia aspettava e sognava. 
La tripletta di testa, con tiro da fuori e "di rapina" contro i brasiliani già incensati come i più forti del mondo. Altri due gol sotto porta contro i polacchi in semifinale, uno su assist di Giancarlo. Il gol che sblocca la finale contro i tedeschi. Capocannoniere e campione del mondo. 
I festeggiamenti della vittoria nella casa in campagna ed io che nel giardino fuori ripetevo all'infinito le azioni dei gol proprio di Pablito, sognando la sua maglia che magicamente il Natale successivo arrivò sotto l'albero. Una maglia azzurra con il 20 sulle spalle. Un sogno. Trasformato negli anni in cimelio che ancora custodisco gelosamente.
Da quell'estate ho cominciato ad aspettare la domenica con trepidazione per vedere rotolare quel pallone che in quel luglio tanto mi aveva emozionato, sperando di rivivere quell'imensa gioia nuovamente.
Erano tempi diversi. Lontanissimi. Era un calcio che non ha nulla a che fare con quella cosa che provano a fare ancora oggi in stadi vuoti o con regole marziane. Il primo grande amore che ricordo nitidamente ancora oggi. E che ancora oggi mi fa sorridere emozionato.
Se ne va il protagonista principale dell'inizio di quella passione, che da allora è diventata praticamente solo viola ma che è nata col colore azzurro e con l'immagine festante di quel quasi concittadino che aveva portato una nazione sul tetto del mondo.
Ciao Pablito. E grazie per averla accesa, quella passione. 

lunedì 2 novembre 2020

Ciao Gigi

"Febbre da Cavallo", il Cavaliere Nero, Pietro Ammicca, "A me gli occhi please", Giovanni Rocca, diciottodiciottodiciotto, "La signora delle camelie", ciao Core, Bruno Palmieri, gli chansonnier, la telefonata senza dire niente, serenate e stornelli, "Italian Restaurant", le barzellette sparse, "Un figlio a metà", il lonfo, il teatro Brancaccio, Mangiafuoco, "Cavalli di Battaglia", le lezioni agli allievi della scuola di recitazione, "Nun me rompe' er ca". 
Alcune tra le tue innumerevoli facce. Tutte trasmesse con eleganza, maestria e "CUORE"
E' come se tu fossi stato da sempre "di casa". Uno di quei conoscenti che ogni volta riesce a strapparti un sorriso profondo: di quelli che si trasformano in risata vera ma anche di quelli che si aprono alla malinconia. Con la capacità e la voglia di rappresentare tutto ed anche di più, facendo diventare semplice anche la tua straordinarietà. Pierfrancesco Favino su Facebook ti ha salutato così:
"...Però ‘n se fa così, tutto de botto.
Svejasse e nun trovatte, esse de colpo a lutto.
Sentì drento a la panza strignese come un nodo
Sape’ che è la mancanza e nun avecce er modo
de ditte grazie a voce pe' quello che c’hai dato
pe' quello che sei stato, perché te sei inventato
un modo che non c’era de racconta' la vita
e ce l’hai regalato così un po’ all’impunita,
facendo crede a tutti che in fondo eri normale,
si ce facevi ride de quello che fa male,
si ce tenevi appesi quando facevi tutto,
Parla’, balla’, canta’, pure si stavi zitto.
Te se guardava Gi’, te se guardava e basta
come se guarda er cielo, senza vole’ risposta.
All’angeli là sopra faje fa du risate,
ai cherubini imparaje che so’ le stornellate,
Salutece San Pietro, stavolta quello vero,
tanto gia’ ce lo sanno chi è er Cavaliere Nero...."
Non credo di poter trovare parole migliori. Te ne vai lasciando segni e tracce da vero gigante pur non avendo mai preteso di essere considerato tale ma preferendo di gran lunga diventare di casa per tutti. 
Te ne vai te maresciallo Mandrake e noi restiamo senza parole come davanti ad ogni tuo spettacolo. 
Ciao Gigi.

mercoledì 4 marzo 2020

...il tuo giorno...


"...
...resta il fatto di aver "PERSO LE PAROLE". Di esser stato colpito in modo improvviso e netto. Di aver visto calare un sipario in un modo talmente fragoroso da rimanere inebetiti e sordi a tutto il resto. Riflesso incondizionato quello di non trovare parole, reazione naturale per me....
...quel tuo sorriso che tutto il suo mondo ti riconosceva come non eccessivo ma puro e totalizzante...
Scusa Davide, ma proprio quel sorriso non mi è uscito, sono sincero. Non ce l'ho propria fatta e ti dirò di più, proprio non sono riuscito a trattenere le lacrime mentre mi univo all'interminabile applauso che la tua, mia...nostra...Firenze ti ha strameritatamente dedicato stamani al "tuo arrivo" in Santa Croce. In silenzio, con le mani impegnate nel tributarti l'ultimo saluto, gli occhiali ben sistemati hanno fatto solo parziale diga. Perdonami.
Ciao Davide, buon viaggio...
..."

Lo scrivevo due anni fa, lo penso oggi. Come quel giorno, più di quel giorno.

sabato 1 febbraio 2020

Ciao Kobe

#KdL - KIAVE di LETTURA n° 373

Domenica scorsa, cena quasi pronta ed uno sguardo buttato distrattamente a Sky TG24 prima di mettersi a tavola. E quella lettura di corsa del titolo dell'ultim'ora come ultimo gesto prima di sedersi. Come nei film, la testa e gli occhi che vanno oltre per poi tornare indietro perché qualcosa di strano li cattura. Provano a rileggere. Mettono a fuoco con difficoltà quelle parole che continuano a sembrare slegate. Il sito TMZ. Incidente di un elicottero. Kobe Bryant. Morto. "QUELLA MERDA INTORNO" al loro significato esplode. Il tentativo di verificare se qualche altro sito/agenzia fosse già in grado di confermare o meno. Qualche minuto di "silenzio informativo". La strana sensazione di essere, per qualche piccolo frammento temporale, l'unico tenutario della notizia, ben sapendo invece che non era così. Erano tutti attoniti alla ricerca di appigli che negassero la tragedia. Invece poi i primi "rilanci" ed i primi segnali che andavano nella direzione opposta, per arrivare infine alle conferme. Ed in quel momento, la voglia di condividere con chi ti aveva fatto vedere più volte video ed azioni di quel 24 in viola e il giallo attraverso un "Ohcazzokobebryant" come spontaneo messaggio quasi autocompilato.
Non sono un conoscitore dell' NBA nè un esperto. Ho perso la testa da ragazzino per Michael Jordan tanto da seguire come e quanto possibile per l'epoca i suoi incredibili numeri ed i suoi voli diventati marchio di fabbrica....in tutti i sensi visto l'abbinamento con Nike come testimonial e non solo. Ed a MJ o poco più sono rimasto. Per movenze ed importanza Kobe era stato da tanti e per tantissimo tempo avvicinato, paragonato, fotografato proprio come il nuovo Jordan. Da qualche giorno in rete gira un video che fotogramma per fotogramma li avvicina quasi a sovrapporli nelle movenze, nella semplicità di gioco, nell'esplosività. Non c'è bisogno quindi che arrivi un inesperto come me a dire chi fosse Kobe Bryant, sarei fuori luogo. Posso descrivere solo le sensazioni, anche queste certamente non esclusive, provate appena realizzata la notizia. Una stretta allo stomaco data da un mix di incredulità, sorpresa e tristezza.
Evidentemente le stesse sensazioni di tantissimi che hanno provato a "salutare a modo loro" il grandissimo campione. Chi dedicandogli poche righe di una canzone, chi postando una foto, chi mettendosi alla ricerca del materiale per realizzare il video di cui sopra, chi con un semplice RIP.
Ovviamente son partiti anche quelli che in questi casi vanno oltre per distinguersi. Chi ricorda che non muore solo Kobe Bryant in incidente. Chi fa notare che "l'originalità dell'elicottero gli è costata cara". Chi sottolinea come fosse "forse" un campione ma avesse anche "lati oscuri".
Due i casi principali fra questi casi andati oltre. Per primo quello di chi ha trasformato la tragedia facendone un "trend topic" da cavalcare. Parlo dei comunicatori della Lega che ad un tweet di cordoglio hanno aggiunto # di propaganda per il voto in Emilia (ancora in corso al momento della notizia). "Disguido tecnico, ci scusiamo" è stata la spiegazione successiva alla cancellazione. Ma ovviamente ormai lo screen dello stesso tweet era già diventato già virale. La pubblicità su un messaggio di cordoglio a pochi minuti da una tragedia del genere, è davvero il punto più basso (almeno per ora) raggiunto dallo stile social di certi account. Evidentemente qualcuno continua a considerare il mondo a cui comunica il suo "verbo" come "ripescato dalla piena" ed il livello di decenza come elemento di inutile considerazione.
Infine quasi in contemporanea con il tweet rimosso della Lega, Felicia Sonmez, una giornalista del Washington Post, per ricordare Kobe ha ri-pubblicato sul suo accont twitter un articolo di una ventina di anni fa. Nel pezzo si affrontava e ripercorreva una vecchia inchiesta relativa alle accuse di stupro ricevute da Bryant. Coperta da critiche, insulti e minacce si è difesa dicendo che stava facendo informazione. Aggiungendo una denuncia pubblica delle minacce arrivatele dopo il post, pubblicando gli "screenshot" (presenti anche in questo caso) degli utenti più arrabbiati. Il giornale l'ha sospesa (per poi sospendere la sospensione...) criticando il suo modo di usare i social, sia per l'opportunità dell'articolo sia per la pubblicazione di riferimenti privati da parte degli utenti che la contestavano. Difficile da parte mia affrontare un discorso sul corretto uso dell'informazione e sulla successiva censura da parte del giornale (come dicevo, poi rientrata anche a seguito di proteste dei colleghi della stessa Sonmez). Credo però che quel tweet, al ricordo di un campione super acclamato appena morto a quarantadue anni in un incidente aereo con la propria figlia ed altre sette persone, "non aggiungesse proprio nulla, anzi..." (cit Edo). Ho ritenuto esagerata anche la sospensione successiva della giornalista da parte del giornale ma in questo caso ammetto di non conoscere nello specifico il regolamento interno sull'uso degli account privati e nel dettaglio tutte le info pubblicate dalla Sonmez. Penso però che ad un errore di opportunità e tempismo si sia sommato un errore decisionale da parte del giornale, amplificando ancora di più la cosa.
In generale credo che "l'opportunità" di certe parole/pubblicazioni in certi momenti, dovrebbe stare alla base di tutto, specie di chi dovrebbe conoscere momento e peso delle parole per mestiere.
Forse quindi in certi casi quello che può sembrare banale come una parola triste, un pensiero dolce o un'immagine di ricordo tanto fuori luogo o scontato non è. "A forza di cercare l'eccentricità si fa il giro e si torna più indietro della banalità". Mi piace chiuderla così.
Non prima però di aver detto la mia, di banalità. Ciao Kobe. E grazie per tutte le magie che ci hai regalato.

mercoledì 17 luglio 2019

Ciao ...'dottori...

Autore, scrittore, narratore, saggista, sceneggiatore, filosofo, poeta, storico, intellettuale. Tutte parole incomplete per lui. "Un gigante" (cit. inviato romano). Ecco, ora sì. Definizione migliore non ci poteva essere.  
Oggi se ne va UN GIGANTE ....ma travestito da maestro e da compagno di avventure. La lettura dei suoi libri e l'ascolto delle sue parole hanno sempre avuto l'effetto di farlo sentire come un vero e proprio maestro di vita e di racconto, ma anche come "l' amico ed il compagno di viaggio" di storie  e vite lette sulle pagine di un libro dalla copertina blu scura. Ho scritto tanti post sulle sensazioni che i suoi libri mi hanno trasmesso, tantissimi altri ce ne sarebbero da scrivere sul suo pensiero e su quello che la sua penna ha in modo indelebile tatuato dentro. Le sue parole resteranno a farci compagnia, così come la sua capacità di scavare solchi nelle riflessioni di chi attentamente seguiva il suo ragionamento: mai superficiale, mai banale, mai indifferente e soprattutto mai "furbo"
Dire qualcosa di sensato su cosa significa perdere Andrea Camilleri è davvero dura, servirebbe forse la sua capacità di racconto ma è dote unica e se ne va con lui.
Mancherà il suo modo chiaro e trasparente di fotografarci:
“il governo faciva chiacchere, l’opposizione faciva chiacchere, la chiesa faciva chiacchere, i sinnacati facivano chiacchere, la confinnustria faciva chiacchere e poi si faciva chiacchere supra a ‘na coppia importanti che si era separata...si chiacchiariava e si ri chiacchiariava supra ai muratori che cadivano come pira mature dall’impalcature, supra ai clandestini che murivano affucati in mari….Montalbano addecise che il nuovo articolo 1 della costituzione doviva così recitare: “L’italia è una repubblica fondata sullo spaccio della droga, il ritardo sistematico e la chiacchiera a vuoto”.."
mancherà il suo modo di avvolgerci con il racconto:
"un abbraccio che ha immediatamente escluso il mondo che ci circondava"
mancherà il suo modo di dipingere immagini piene di poesia direttamente indirizzate al cuore di tutti:
"sentì che la notte aveva cangiato odore, era un odore leggero, fresco"
"FAI BUON VIAGGIO" 'dottori.

lunedì 4 marzo 2019

Un anno...ed ancora in silenzio...

Non servivano tutte le manifestazioni di questi giorni per ricordarmi di te caro Davide. Per tanti motivi ovvi (e per alcuni meno) la tua vicenda e la tua scomparsa hanno lasciato un grande segno dentro ed è "SEMPRE LI' LI' NEL MEZZO" a farsi sentire. Ieri, scrivendo le mie solite bischerate sulla partita della nostra Viola, arrivati al tuo minuto ed al tributo che ti hanno riservato a Bergamo ho scritto che "non c'era altro da commentare". E non è stato solo Bergamo a tributarti quel giusto e commosso saluto. Ogni campo d'Italia. Ed io continuo ad aggiungere, che non c'è altro....da aggiungere. Un anno fa, al ritorno da Piazza Santa Croce ho provato a scrivere qualcosa. Quel post l'ho intitolato "in silenzio" e se ci pensi bene è un controsenso, dire di non aver parole ed invece provare a scriverle. Un controsenso come quella maledetta domenica mattina di un anno fa. Come quel vuoto innaturale nei giorni successivi. Come quel nodo alla gola quella mattina, in una piazza piena ed in lacrime per salutarti per l'ultima volta. 
Come allora sono fermo ed in silenzio, oggi davanti ai video che in questi giorni ti omaggiano in ogni modo. Un "silenzio fermo" interrotto, come un anno fa, solo dagli occhiali scuri e da fazzoletti ad asciugarmi la congiuntivite di troppo. Chi le parole giuste è riuscito a trovarle dice "...difficile riprendersi. Puoi aver visto tanto o tantissimo sulla strada dei tuoi viaggi, ma questa storia resta un pugno violento all'altezza dello stomaco...".
E' Benedetto Ferrara a cui lascio il perfetto saluto e le giuste parole.
Qua, come puoi vedere, il segno che hai lasciato è indelebile, oggi come un anno fa e come allora ti saluto senza aggiungere altro. Ciao Davide. Fai buon viaggio. 

lunedì 26 novembre 2018

Aggrapparsi

Kiave di lettura n° 313
Quando vedi una delle persone migliori del mondo farsi forza per non esplodere in pianto, qualcosa ti arriva dentro e non puoi non sentire un nodo alla gola. Vorresti togliergli un po' di quel dolore, un po' di quei pensieri, un po' di quella stanchezza. Sai che non è possibile, sai che non funziona così, sai che non basterebbe. Sai pure che forse è egoistico anche solo pensarlo. Ma lo vorresti, profondamente.
Ti vengono in mente mille momenti, mille istanti, mille ricordi; mentre lo fai pensi a quanti ne devono venire nelle menti di altri e ti senti "di troppo" anche nel pensarle certe cose. Ma quel mix di ricordi ed emozioni ti arriva allo stomaco ed agli occhi.
E in quel momento ti serve necessariamente un tentativo: provare ad aggrapparti a qualcosa. "ALLE STELLE CHE ALTRIMENTI SI CADE" ti viene alla bocca quasi in un riflesso incondizionato. A quelle, a quell'arcobaleno di ieri, a quel timido e nascosto raggio di sole dietro tanti nuvoloni grigi di oggi.
A quel “qualcosa” bisogna aggrapparsi, in un unico forte abbraccio, forte così come spero possa essere il mio per quella persona migliore del mondo. 
Ciao Marta
E mi attacco alle stelle che altrimenti si cade 
E poi alzo il volume di questo silenzio che fa stare bene 
E mi sa che sei quella che fa luce pian piano 
Chissà come ci vedi e chissà come ridi di quello che siamo 
E mi attacco alla buccia di questa notte 
E salto, salto ma rimango giù 
La porta dei sogni 
La porta dei sogni 
La porta dei sogni chiudila tu 
E mi attacco alle stelle tiro un pò a indovinare 
Mi predico un presente in cui non c'è niente se non respirare 
E se proprio sei quella fatti almeno guardare 
Non sai quanto ci manchi non tornano I conti a doverti trovare 
E mi attacco alla luce di questa notte 
E salto, salto ma rimango giù 
La porta dei sogni 
La porta dei sogni 
La porta dei sogni chiudila tu

venerdì 17 agosto 2018

L'esempio di Rita

Kiave di lettura n° 299
Nel piattume tendente (anzi ormai quasi arrivato) all'abisso della politica attuale, che coinvolge purtroppo anche una mancanza di vera spinta "sociale e civile" compatta e degna di questo nome, nei giorni scorsi è venuta a mancare una figura che evidenzia ancora di più lo stato dell'arte attuale.
Rita Borsellino aveva lo sguardo fiero delle persone ferite che non hanno intenzione di abbassare la testa. Aveva la voce chiara e netta di chi crede nel contenuto profondo del messaggio che porta avanti e di conseguenza non ha bisogno di parole fuori luogo o toni fuori scala. Aveva concetti, principi e moralità che ha provato a trasmettere, riuscendoci purtroppo con troppa poca gente. 
La forza del suo messaggio era talmente forte che diceva di essere rinata in quel 19 luglio che le aveva strappato il suo Paolo giorno dal quale per lei "NIENTE E' STATO COME PRIMA". Rinata in quel tragico giorno, perché non poteva "non essere così" ai suoi occhi. Non poteva non seguire quella strada che il suo senso civico e morale le indicava come "obbligata". E così è stato da quel giorno. Da quel 19 luglio di cui ancora questo "belPaese" si vergogna di trovare la verità, perché troppo pesante, perché troppo ingombrante, perché troppo "costosa". Perché non adatta ad un Paese troppo lontano dalla fierezza dello sguardo di Rita Borsellino
Il modo migliore per ricordarla credo l'abbia trovato Nando Dalla Chiesa oggi sul Fatto Quotidiano, nell'articolo che trovate qui sotto.Buona lettura. Ciao Rita.

giovedì 29 marzo 2018

Ciao Mondo

Ciao Cuore Viola. Ciao Mondo.
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"... serviva cuore e conoscenza della categoria ed arrivò a Firenze la persona giusta, un allenatore dal cuore e dal sangue viola, veterano della panchina ed esperto in promozioni dalla cadetteria alla massima serie: Emiliano Mondonico. Lombardo di nascita ma con la tessera dello storico viola club Settebello nel portafoglio, il nuovo allenatore impostò il suo percorso con “crediamoci” e trovò da subito la simpatia e soprattutto la spinta della tifoseria che vedeva in lui un compagno più che un allenatore ..."
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"... e quando arrivò Firenze esplose. Mondonico da vero tifoso non resse lo stress e corse via negli spogliatoi, i giocatori erano braccati da un tifoseria festante che come ad Arezzo un anno e mezzo prima aveva invaso il campo per festeggiare. Firenze era tornata dove meritava. Caroselli per la città, bandiere con ben in evidenza la lettera A. Tanto agognata e finalmente ritrovata ..." 
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giovedì 8 marzo 2018

...in silenzio...

Kiave di lettura n° 278
Un clamoroso senso di vuoto. Come quello che ti rimbomba dentro davanti ad un'ingiustizia troppo grande a cui ti accorgi di non aver niente da "contrastare".
E' da domenica che non riesco a mettere in fila due parole su questo argomento, non che sia fondamentale parlarne o che sia di qualche utilità, ma resta questo fatto della totale assenza di logica o senso. Esattamente come nel momento in cui sono stato travolto da questa tragedia che ha colpito Davide. So benissimo, come tutti gli altri nella mia posizione, che da semplice tifoso non ho forse il diritto di definirmi sotto shock. E so anche che può sembrare eccessivo per chi non capisce che quel gruppo in maglia viola, a forza di seguirlo ogni settimana, in fondo sembra far parte della schiera del tuo mondo. Capisco di esser quasi di troppo rispetto al tremendo dolore rovesciato addosso alla famiglia, agli amici, ai compagni ed ai conoscenti e che in fondo solo loro (in ordine di importanza) hanno il diritto di dirsi ed essere sotto shock. E capisco anche, come tutti del resto, che purtroppo queste cose arrivano e colpiscono. Ingiuste, dolorose, codarde "...a 31 anni non lo merita nessuno, le ingiustizie sono tali indipendentemente dal calcio, ma per una persona semplicemente, un ragazzo..." (cit.). Resta il fatto di aver "PERSO LE PAROLE". Di esser stato colpito in modo improvviso e netto. Di aver visto calare un sipario in un modo talmente fragoroso da rimanere inebetiti e sordi a tutto il resto. Riflesso incondizionato quello di non trovare parole, reazione naturale per me. Ugualmente in modo "naturale" sono stato spinto oggi verso Piazza Santa Croce.
Dopo aver (non) trattenuto le lacrime davanti a video omaggio, a pensieri commossi, alla poesia di Saponara, ai minuti di silenzio, alle maglie con dedica.
Dopo aver avuto i brividi allo splendido ricordo/pensiero dell'amica comune, alla conferma di un giudizio su cui mettere la mano sul fuoco "..un macigno, l'ennesima conferma che a partire sono sempre i migliori.." (cit)alle manifestazioni spontanee di amore verso il "nostro 13", a quel muro "del pianto da innamorati" creato al Franchi.
Dopo aver sentito mancare l'aria immaginando Francesca e Vittoria.
Dopo tutto questo ho sentito il bisogno di venirti a salutare nella "piazza più bella del mondo" (cit.) caro Davide . A prendermi l'ondata di amore verso il tuo amato 13, a cercare di partecipare ad un collettivo abbraccio  per la tua famiglia, di quelli da perdersi dentro "quell’abbraccio l’ho sentito anch’io sulla mia pelle, quasi da togliere il fiato" (cit.). E se davvero "siamo i legami che riusciamo a creare" (cit.), stamani caro Davide hai avuto la fotografia di quello che eri e che sei. Volevo salutarti e per questo stamani ero lì. In silenzio, ma presente, come pare che fosse nel tuo DNA. Non sono però riuscito a seguire totalmente le tue caratteristiche e quindi esserci con quel sorriso che tutto il suo mondo ti riconosceva come non eccessivo ma puro e totalizzante.
Scusa Davide, ma proprio quel sorriso non mi è uscito, sono sincero. Non ce l'ho propria fatta e ti dirò di più, proprio non sono riuscito a trattenere le lacrime mentre mi univo all'interminabile applauso che la tua, mia...nostra...Firenze ti ha strameritamente dedicato stamani al tuo arrivo ed al tuo saluto. In silenzio, con le mani impegnate nel tributarti l'ultimo saluto, gli occhiali ben sistemati hanno fatto solo parziale diga. Perdonami.
Ciao Davide, buon viaggio.

sabato 15 ottobre 2016

Ciao Dario

Kiave di lettura n° 205
Pochi giorni fa se ne è andato un grande protagonista della vita di questo Paese, troppe volte dimenticato. Sono sincero, non sempre ho "CAPITO PER BENE" o meglio totalmente la sua cifra artistica nella sua interezza ma ogni volta che mi capitava di vederlo riusciva a catturare la mia attenzione e ne rimanevo ammirato.
Era capace di portarti nel suo "campo", nel suo percorso, nel suo stile con la naturalezza che solo i grandi hanno. Spesso nell'ammirazione entrava anche il vederlo complice, collega, partner di quella grande donna che era, che è stata, Franca Rame. Una di quelle coppie in cui la bellezza singola si fonde e si amplifica in bellezza di coppia, cosa che sembra banale e che invece è difficilissima ed andava oltre ovviamente a complicità o aspetti fisici ma era vera e propria arte ed un amore totale.
Lui ha sempre volato alto, anche quando i temi potevano essere più bassi o "banalmente" comici; in molti suoi spettacoli, interviste o apparizioni il suo livello di arte emergeva così prepotente da superare ampiamente anche le difficoltà iniziali che potevano esserci nel comprendere il suo "grammelot". Era ed è sempre stato dalla parte del "suo pensiero", non svendendolo, non cedendolo ad altri, non rinnegandolo per opportunità lavorativa o di vita, ma difendendolo e promuovendolo con il suo stile e la sua arte, tale da meritare un nobel.
Qualche giorno fa se ne è andato Dario Fo, "è andato a far compagnia a Franca" han pensato in tanti, praticamente tutti. Ho trovato perfette per il suo saluto le parole di Marco Travaglio che gli ha dedicato copertina e un editoriale pieno di rispetto, ammirazione e profondo rispetto, di cui ho particolarmente apprezzato uno dei pezzi che meglio descrive la persona, l'uomo e l'artitsta.
Quando ti davano del giullare e del guitto pensando di offenderti, ti facevi una bella risata e ringraziavi orgoglioso. Perchè è questo che hai sempre sognato essere e, per tua e nostra fortuna, sei sempre stato.
Ecco, un meraviglioso giullare, un grande artista ed una persona di una statura fuori dalla norma.
Fai buon viaggio Dario e buon abbraccio con Franca.

Caro Dario, da dove cominciamo? Dalla prima volta, una ventina d’anni fa nella hall di un alberghino di Palermo, quando tu e Franca da una parte e io dall’altra litigammo fino a notte fonda sul caso Sofri-Calabresi? O dall’ultima, un pugno di giorni fa, quando ci sentimmo per immaginare come sarebbe stata bella una serata di artisti per il No al referendum? “Marcoooo? Qui è Darioooo!”. Iniziavano sempre così le tue telefonate mattutine (si fa per dire, visti i nostri incompatibili fusi orari), con quella tua voce in falsetto, squillante di fanciullesca freschezza e traboccante di incontenibile allegria e gioia di vivere. Una voce che s’incrinava appena solo quando parlavi di Franca (“L’ho sognata anche stanotte, bellissima, lei mi leggeva il Fatto, poi scrivevamo un pezzo per voi…”). Ora che l’hai raggiunta in quel Paradiso che non ho mai capito se per te esistesse o meno, con la sua sciarpa rosa attorno al collo, posso finalmente dirti quanto orgoglio ci desse sapere che il Fatto era il tuo, il vostro giornale. E quale privilegio fosse mettere in pagina i tuoi, i vostri articoli. E quanta serenità ci trasmettesse sapere che ci tenevi la mano sul capo. Non perché tu fossi un premio Nobel, cosa di cui ridevi spesso per fugare anche il più remoto sospetto di esserti intrombonito (“Per me la censura delle mie opere nella Turchia di quel coglioncione di Erdogan vale più di cento Nobel”, dicevi un mesetto fa). Ora che tutti – anche chi ti ha sempre detestato e censurato – ti celebrano – come sempre in Italia – da morto, anzi proprio perché sei morto, per noi sarai sempre il Dario vivo. Vivo più di quanto nessuno sia mai riuscito a esserlo. Ripetevi di essere un uomo fortunato, per aver potuto fare e dire tutto ciò che volevi, e non sai quanto siamo stati fortunati noi a condividere tanti minuti con te. Anche, anzi direi addirittura, sul tuo stesso palco. La prima volta fu al Palavobis di Milano, nel 2002, quando ci ritrovammo grazie a Paolo Flores d’Arcais nel più grande girotondo contro le leggi vergogna di B.: 40 mila persone dentro e il doppio fuori. Tu stavi poco bene, avevi dato forfait e invece arrivasti a sorpresa all’ultimo, inscenando un frammento dell’Ubu Bas. Alla prima milanese dell’Anomalo bicefalo, mi facesti organizzare un dibattito introduttivo con alcuni magistrati. E quando tu e Franca vedeste Armando Spataro, aveste un lampo improvviso: “Spataro? Ma lei non è quello che tanti anni fa voleva arrestare nostro figlio Jacopo? E vabbè, acqua passata… Miracoli di Berlusconi!”. Finì in un abbraccio fra voi tre. Un’altra ancora in Valle di Susa, con i No Tav, insieme a Beppe Grillo e Marco Paolini. Senza contare le decine di repliche di Mistero Buffo in giro per l’Italia. L’ultima fu qualche anno fa all’Auditorium di Roma. Dietro le quinte, prima di cominciare, Franca era esile e diafana come carta velina, la pressione a terra, in piedi per miracolo; tu, ormai mezzo cieco, fendevi le quinte aggrappato al braccio di una tua assistente. E noi seduti a bordo palco, perché la sala era tutta piena, a domandarci come avreste fatto, anzi se ce l’avreste fatta. Ma, appena si aprì il sipario, accadde il miracolo: tu cominciasti a saltare, cantare e ballare come una marionetta snodata, zompettando tra i cento personaggi del Bonifacio VIII e della resurrezione di Lazzaro; e Franca dritta come un fuso, elegante come una regina, a recitare Maria sotto la croce e le lezioni di orgasmo. Potere dell’arte e dell’adrenalina, che restituivano la vista e la grinta anche a Totò. Mille sprazzi di memoria da un’amicizia nata per caso con quella litigata notturna, un’amicizia asimmetrica dove io prendevo e tu, voi davate. Soprattutto leggerezza. Pochi sanno quanto riuscisse a essere leggero un artista politicamente impegnatissimo come te. Libero anche dal tuo impegno e soprattutto dalla dittatura del politicamente corretto. Come quando fosti con noi nella difficile scelta di pubblicare a scatola chiusa il numero speciale di Charlie Hebdo dopo la strage in redazione. Quest’estate, il mattino dopo le polemiche sul presunto sessismo della vignetta di Mannelli sulla Boschi e “lo stato delle cosce”, al mio risveglio trovai la tua chiamata a vuoto sul cellulare: mi sa che Dario – mi dissi – stavolta non approva. Invece telefonavi per proporre un’intervista in difesa di Riccardo: “Marcoooo! Qui è Darioooo! Lo sai che devi fare? Devi scrivere in prima pagina a caratteri cubitali: ‘Scusate, rettifichiamo: la Boschi non ha le cosce, è puro spirito!’”. E giù quel bello sghignazzo rabelaisiano. Molte cose vorrei dire del tuo impegno politico, costellato di qualche errore e di molti meriti: prima nella sinistra senza sigle, poi nei dintorni di Di Pietro e infine criticamente con i 5Stelle e convintamente per il No al referendum costituzionale. Ma oggi non è il caso: quel che volevi fare e dire l’hai fatto e detto tu, e di fronte alla tua grandezza ogni etichetta rischierebbe di rimpicciolirti. Questo vogliamo dire con la copertina-sberleffo “Vota Fo”: che hai sempre fatto politica contro ogni potere e mai da uomo di partito. E che, oggi più che mai, c’è bisogno di chi prenda non il tuo posto (mission impossible), ma almeno il tuo esempio. Infatti dal tuo impegno hai ricavato solo schiaffoni, insulti e censure, mai onori, prebende o poltrone. Quando ti davano del giullare e del guitto pensando di offenderti, ti facevi una bella risata e ringraziavi orgoglioso. Perché è questo che hai sempre sognato essere e, per tua e nostra fortuna, sei sempre stato. Ora, ovunque tu sia, continua – se puoi – a tenerci la mano sul capo. Salutaci Franca. E, se non ti dovesse servire, lancia giù la sua sciarpa rosa, ché qui fa freddino. Grazie.

mercoledì 6 aprile 2016

E' innaturale


Quando leggi quotidianamente (o quasi) una certa "penna" ti sembra un po' di conoscerla, anche se magari quel che conosci è solo il suo nome e cognome. Ecco, Emiliano Liuzzi mi sembrava un po' di conoscerlo, per i suoi pezzi, per i suoi post, per il suo stile a volte autodefinito "acidulo". Acquistando il Fatto Quotidiano ogni mattina, iniziando gli articoli "SENZA SAPERE" il nome dell'autore, spesso sono stato invogliato a tornare all'inizio dello stesso per leggere chi fosse la "penna" autrice, questo per la condivisione di quanto leggevo e per l'ammirazione nella capacità di scrittura.  
Ecco, molto spesso trovavo scritto " >>EMILIANO LIUZZI" e sorridevo dicendo "ah ecco" e così piano piano, la sua "penna" è diventata nota così come la sua persona, pur conoscendo di lui solo la firma ed il suo (molto) apprezzato stile. Per questo stamani leggere della sua scomparsa mi ha colpito particolarmente, mi ha lasciato....anzi "l'ho presa così" e tra le varie cose che ho pensato c'è stato che il tutto davvero "è innaturale".
Per "salutarlo" quindi mi va di riportare un suo post di non troppo tempo fa nei giorni del dibattito sulle unioni civili. Mi mancherà quella "penna".

Il ministro, per mancanza di prove, Angelino Alfano dice sulle unioni civili, basta alle idee contro natura. Cosa sia naturale o meno è un problema irrisolto da tempo: forse di una tra tutte le cose innaturali è quella di votare un partito che governa senza essere mai esistito, se non da una costola (no, quella è una metafora naturale, meglio da un piede) di Forza Italia. Provo a buttare giù una cosa semiseria su cosa, nei miei pensieri, è innaturale. Ma sono pensieri miei, non ho mai fatto il maggiordomo di nessuno, soprattutto di Silvio Berlusconi, né sono ministro. Dunque prendetela così, per dirla alla Lucio Battisti. Io a un certo punto mi fermerò, fate voi.
Ncd al governo è innaturale, mai stata eletta.
Promettere la Salerno-Reggio Calabria è innaturale.
Chiamare gufo chi non la pensa come te è innaturale.
Fare la fecondazione assistita in privato e scagliarsi contro in pubblico è innaturale.
Riformare la Costituzione senza voti è innaturale.
E’ innaturale non piangere per i figli.
E’ innaturale non piangere.
E’ innaturale Giovanardi che paragona il rapporto tra persone dello stesso sesso all’accoppiamento con gli animali.
E’ innaturale credere che il Pd sia un partito di sinistra.
E’ innaturale non pensare che Gigi Meroni sia stato il più grande calciatore italiano.
E’ innaturale, se sei livornese, tenere per il Pisa. E viceversa.
E’ innaturale non conoscere a memoria La canzone di Marinella,Senza Fine e La Locomotiva.
E’ innaturale non cantare Umberto Bindi.
E’ innaturale non aver amato Dalla e Jannacci.
E’ innaturale non sapere chi era Beppe Viola.
E’ innaturale non considerare La prima cosa bella un capolavoro.
E’ innaturale non amare il cinema di Vittorio De Sica.
E’ innaturale non aver dato l’Oscar per la miglior regia a Charlie Chaplin.
E’ innaturale amoreggiare via sms.
E’ innaturale non desiderare la donna/uomo dell’altro.
E’ innaturale pensare che i Rolling Stones siano stati più grandi dei Beatles.
E’ innaturale morire di lavoro.
E’ innaturale essere licenziati senza giusta causa.
E’ innaturale non chiedere scusa.
Soprattutto è innaturale non amare, e non importa di quale sesso.
Il resto aggiungetelo voi. Non voleva essere una cosa seria

Emiliano Liuzzi - tratto dal suo blog